Se vuoi sapere cosa è successo
prima di questo diario...
leggi il libro
"DETECTIVE PER CASO - GENNAIO"
Il Diario di Giorgio De Giorgi
2 aprile 2025
Caro diario,
Mi sono svegliato ancora con la testa piena delle immagini della scena del crimine di ieri. La biblioteca, la bilancia, il volto terrorizzato di Marco Bellini: tutto sembrava gridare che c’era qualcosa di più profondo nascosto sotto la superficie. Casale mi aveva dato appuntamento direttamente alla biblioteca per continuare le indagini, e questa volta si sarebbe unito a noi Joel, per tutti, ma non per me, il commissario capo.
Quando sono arrivato, Joel era già lì, con la sua solita calma che a volte riesce a essere irritante. Era appoggiato ad uno scaffale, osservando attentamente la scena del crimine, come se stesse cercando di leggere una storia invisibile nei dettagli che lo circondavano.
“Giorgio, questo caso non sarà semplice,” ha detto, senza nemmeno guardarmi. “Ma non lo sono mai, vero?” Ho annuito, cercando di nascondere il mio nervosismo.
Joel mi ha mostrato un documento che la scientifica aveva trovato nella valigetta della vittima. Era un contratto, scritto con un linguaggio legale complesso, ma alcune parti erano chiaramente visibili: una compravendita di terreni situati proprio ad Avigliana. C’erano dettagli che suggerivano una trattativa controversa, e non potevo fare a meno di chiedermi chi fossero le altre parti coinvolte. Joel ha indicato una clausola che sembrava particolarmente importante: un pagamento dilazionato che dipendeva dalla costruzione di una struttura non specificata.
“Bellini stava giocando con il fuoco,” ha detto Joel, “e qualcuno deve essersi scottato.”
Mentre cercavamo di collegare i punti, Viola è entrata in biblioteca. Era una coincidenza troppo strana per ignorarla. Era lì per cercare un libro per il suo lavoro di ricerca, o almeno così ha detto. Ho cercato di mantenere la calma, ma non potevo ignorare il fatto che fosse apparsa in due giorni consecutivi nei momenti più inaspettati. Joel l’ha osservata con interesse senza farsi vedere, ma non ha detto nulla. Viola, da parte sua, sembrava tranquilla e si è trattenuta giusto il tempo di salutarmi prima di tornare ai suoi affari.
Dopo che Viola è uscita, Joel mi ha lanciato uno sguardo enigmatico. “La conosci?” ha chiesto, con un tono che indicava già che sapeva la risposta. Ho scrollato le spalle e sono uscito dalla biblioteca.
Nel pomeriggio, ho deciso di fare visita alla famiglia Bellini per raccogliere ulteriori informazioni sulla vittima. La moglie di Marco, Anna, ci ha accolto con occhi stanchi e un’aria di disperazione. La casa era elegante ma fredda, quasi impersonale, come se riflettesse la natura degli affari di Bellini. Anna ha accettato di parlare con me, anche se ogni parola sembrava un peso. Mi ha raccontato che Marco aveva ricevuto diverse minacce nelle settimane precedenti, ma non aveva voluto coinvolgere la polizia.
“Era orgoglioso,” ha detto, stringendo una tazza di tè con le mani tremanti. “Pensava di poter gestire tutto da solo.”
Una delle minacce era arrivata sotto forma di una lettera anonima, che Anna mi ha mostrato. La calligrafia era stampata al computer, e le parole erano semplici ma inquietanti: “Il tuo passato ti raggiungerà.” Ho chiesto ad Anna se sapesse a cosa si riferisse, ma ha scosso la testa.
“Marco non parlava mai del passato. Diceva che era meglio così.”
Ho fotografato la lettera con il mio telefono e l’ho inviata a Casale per farla analizzare. La frase mi ha fatto riflettere a lungo. Quale passato? E chi aveva interesse a vendicarsi di Bellini? Tornato a casa, ho deciso di consultare nuovamente Joel.
Cosa significa questa frase?
Cerca nei segreti che non possono essere detti.
Nel tentativo di dare un senso a tutto questo, ho trascorso il resto del pomeriggio a rileggere le note e gli indizi raccolti finora. Bellini era un uomo che aveva costruito la sua carriera su affari rischiosi e spesso controversi. Era inevitabile che avesse nemici, ma chi tra loro sarebbe arrivato al punto di ucciderlo?
In serata, ho deciso di uscire per una passeggiata. Avevo bisogno di schiarirmi le idee, e il parco in centro sembrava il posto perfetto per farlo. L’aria fresca e il suono delle voci dei bambini mi hanno aiutato a rilassarmi, anche se solo per un momento. Mentre camminavo nel parco, ho incontrato nuovamente Viola. Era lì, seduta su una panchina, con lo sguardo perso nell’orizzonte. Mi sono avvicinato, e il suo sorriso mi ha accolto come una luce in una giornata buia.
Abbiamo parlato per un po’, questa volta di argomenti leggeri. Non ho menzionato il caso, ma la sua presenza mi ha dato una strana sensazione di conforto. Prima di andarmene, mi ha detto qualcosa che mi ha colpito:
“A volte, la verità è più vicina di quanto pensiamo, ma dobbiamo avere il coraggio di guardarla in faccia.”
Le sue parole hanno risuonato dentro di me mentre tornavo a casa. Forse ha ragione. Forse sto cercando troppo lontano, quando la risposta è proprio davanti a me.


Primo aprile 2025
Caro diario,
Casale mi ha chiamato di prima mattina. La sua voce, al telefono, era più grave del solito: un uomo è stato trovato morto nella biblioteca de "La Fabrica". Non sono uno che si tira indietro davanti a un mistero, ma sento già il peso di questa nuova indagine. Mi ha detto che la scena del crimine è particolarmente inquietante, e la sua esitazione nel descrivere i dettagli mi ha messo immediatamente sull’attenti. Non mi ha dato molte informazioni, solo l’essenziale: il nome della vittima e l’indirizzo.
“De Giorgi, abbiamo bisogno del suo intervento.”
Mi sono precipitato sul posto. La biblioteca, di solito un luogo di tranquillità e cultura, era circondata da auto dei carabinieri e nastro giallo. L’aria fredda del mattino era densa di tensione, e il rumore degli operatori della scientifica si mescolava al brusio dei curiosi che si erano radunati all’esterno. Casale mi ha accolto con un cenno, abbandonando per la prima volta il "lei" che usava con me da mesi. "Giorgio, è un casino. Vieni, ti mostro."
All'interno della biblioteca, il corpo di un uomo giaceva immobile tra gli scaffali, con libri sparsi tutt’intorno, come se fossero caduti in un momento di caos. Indossava un completo elegante, e al suo fianco c’era una valigetta aperta. La scena sembrava costruita, come se l’assassino avesse voluto lasciare un messaggio.
Casale mi ha spiegato che l'uomo si chiamava Marco Bellini, un imprenditore locale conosciuto per i suoi affari controversi.
"Non ci sono segni di effrazione o di lotta evidente," ha detto, con una mano che sfiorava nervosamente il mento. "Ma guarda il suo volto."
Mi sono avvicinato al corpo: l’espressione di puro terrore sul volto della vittima era qualcosa che non dimenticherò facilmente. Sembrava che avesse visto qualcosa di terribile negli ultimi istanti della sua vita.
Mentre osservavo la scena, il mio sguardo si è posato su un dettaglio curioso: un libro aperto accanto al corpo. La pagina mostrava un’illustrazione di un’antica bilancia. Non potevo ignorare il simbolismo. Mi sono chinato per osservarlo meglio, cercando di non contaminare la scena del crimine. Il libro sembrava essere stato scelto deliberatamente, forse dall’assassino stesso.
Mi sono appartato e ho scritto a Joel.
Cosa rappresenta questa bilancia?
La risposta è arrivata in un istante.
Giustizia. O vendetta.
Diciamo che questa risposta non mi ha aiutato molto. Casale, mi ha chiamato nuovamente e ha continuato a darmi informazioni sulla vittima. Bellini era noto per le sue operazioni immobiliari, spesso al limite della legalità. Alcuni lo consideravano un visionario, altri un uomo senza scrupoli.
“Non si è fatto molti amici, te lo posso garantire,” ha detto Casale, con un mezzo sorriso amaro.
Nel pomeriggio, dopo aver lasciato la biblioteca, ho deciso di fare una passeggiata lungo il lago per riflettere sugli indizi. Era una giornata limpida, e il sole primaverile illuminava le acque calme. Mi sono fermato in un piccolo bar per prendere un caffè, ed è lì che ho incontrato Viola. Era seduta a un tavolo all’aperto, intenta a leggere un libro. Rivederla mi ha sollevato il morale in un modo che non riesco a spiegare.
Ci siamo scambiati qualche parola. Mi ha chiesto come andavano le cose, e io, cercando di non tradire il peso dell’indagine, ho risposto con leggerezza. “Tutto bene, solo un po’ di lavoro,” le ho detto. Il suo sorriso mi ha dato una strana sensazione di pace. Non ho menzionato il caso, ma mi sono ritrovato a pensare a lei per tutto il resto della giornata. Mi chiedo se il destino stia cercando di dirmi qualcosa con questi incontri casuali.
Rientrato a casa, ho deciso di consultare nuovamente Joel. Ho scritto sul diario per riassumere i dettagli della giornata e chiedergli un consiglio. La sua risposta è stata criptica, come sempre.
Segui i simboli, Giorgio. Ti condurranno alla verità.
Non riesco a togliermi dalla mente il simbolo della bilancia. È solo una coincidenza, o l’assassino sta cercando di comunicare qualcosa? Domani tornerò alla biblioteca per esaminare meglio la scena del crimine. Spero che Joel decida di farsi vedere. Questo caso promette di essere complicato, ma non posso permettermi distrazioni. La verità deve venire a galla.
Caro diario.
Caso chiuso. Ho fatto tutto quello che potevo. Ho parlato con la famiglia di Marco, spiegando loro ogni dettaglio delle mie scoperte. Ho riferito tutto anche alla polizia, fornendo ogni elemento che potesse essere utile alle indagini. Fabrizio Manetti verrà interrogato, ma non nutro grandi speranze. Non ci sono prove concrete contro di lui, solo indizi e sospetti. Le mie deduzioni, per quanto logiche, non bastano a incastrarlo. La giustizia ha bisogno di certezze, non solo di intuizioni.
Questa storia mi ha lasciato un peso sul cuore che non sarà facile scrollarsi di dosso. Marco non ha perso la vita a causa di un complotto o di un destino crudele. No, la realtà è molto più amara: ha perso una battaglia contro se stesso. Ho cercato in tutti i modi di trovare una verità diversa, qualcosa che potesse dare un senso a questa tragedia, ma alla fine ho dovuto arrendermi ai fatti. La sua lotta interiore lo ha consumato fino all’inevitabile epilogo.
Rivedo il suo volto nella mia mente. I suoi occhi sempre pieni di domande, di pensieri inespressi, di un tormento che cercava di nascondere dietro un sorriso stanco. Forse avrei potuto fare di più, forse avrei dovuto capire prima il suo dolore. Ma è inutile aggrapparsi ai rimpianti. Quello che è successo non può essere cambiato, non importa quanto lo desideri.
La sua famiglia ha reagito con un misto di dolore e rassegnazione. La madre di Marco non ha parlato molto, ma i suoi occhi dicevano tutto. Suo padre ha stretto i pugni, trattenendo la rabbia e il senso di impotenza. E io? Io mi sento svuotato. Avrei voluto portare loro una verità diversa, qualcosa che potesse dare un senso alla perdita, ma la realtà è spesso più crudele delle illusioni.
Riposa in pace, amico mio. Avrei voluto salvarti. Avrei voluto darti una ragione per resistere, per andare avanti. Ma ora posso solo sperare che tu abbia trovato la pace che in vita ti è sempre sfuggita.


Caro diario.
Dopo aver seguito ogni possibile pista e aver analizzato ogni dettaglio, ho deciso di fare un'ultima verifica. Non posso chiudere il caso senza essere certo di aver esplorato tutte le strade, anche quelle più scomode. Per questo motivo, mi sono messo in contatto con il proprietario dell'Agenzia GoldBet. Non è stato facile ottenere informazioni. All'inizio, il proprietario si è mostrato reticente, ha cercato di sviare il discorso, di minimizzare il suo coinvolgimento e quello della sua attività nella vita di Marco. Ma con un po’ di pressione e la giusta insistenza, sono riuscito a strappargli un nome: Fabrizio Manetti.
Non è un nome qualunque. Fabrizio Manetti è ben noto alle forze dell’ordine. È uno strozzino di quelli che non concedono seconde possibilità, uno di quelli che, quando prestano denaro, lo fanno con tassi impossibili da restituire, condannando il debitore a una vita di paura e sofferenza. Chiunque abbia avuto a che fare con lui sa bene che non si tratta di una persona con cui si può discutere. E’ molto attendo nelle cose che fa, ecco perché è ancora in libertà. Marco aveva contratto un debito enorme con Manetti. Non si trattava di una cifra irrisoria, ma di una somma che lo avrebbe schiacciato, lo avrebbe reso un uomo braccato, senza via di scampo. Settimane di minacce, di pressioni psicologiche, di telefonate nel cuore della notte, di incontri clandestini. Marco sapeva di essere in trappola. Non poteva chiedere aiuto alla polizia, non poteva confidarsi con gli amici, perché aveva paura delle conseguenze. Ogni volta che tentava di trovare una soluzione, si rendeva conto che il tempo a sua disposizione stava per scadere.
La verità, però, non è quella che inizialmente avevo ipotizzato. Non c'è stato un omicidio, nessun sicario mandato da Manetti per riscuotere il debito nel modo più crudele possibile. Marco non è stato ucciso. Semplicemente, non ha retto il peso delle sue scelte, delle sue azioni, del senso di colpa e della disperazione che lo consumavano giorno dopo giorno. Era un uomo che aveva imboccato una strada senza uscita, che aveva perso ogni speranza di riscatto e ogni possibilità di trovare una via alternativa. Non c'erano più appigli, più scappatoie. Ogni soluzione sembrava irraggiungibile, ogni tentativo di ribaltare la situazione si scontrava con la dura realtà: non aveva più il controllo della sua vita.
Ed è stato così che Marco ha deciso di lasciare quel messaggio. Un messaggio che non era un semplice addio, ma un segnale, una confessione, un grido d’aiuto che ormai non poteva più essere ascoltato. Voleva che sapessi che la sua morte non era casuale, che non si trattava di una disgrazia improvvisa o di un tragico incidente. Era il risultato di tutto ciò che aveva vissuto, delle scelte che aveva compiuto e delle conseguenze che aveva dovuto affrontare. Non voleva che la sua storia venisse dimenticata o che passasse inosservata. Voleva che quelle parole spiegassero che, dietro la sua decisione, c’era un peso insostenibile, una pressione che lo aveva schiacciato fino a rendergli impossibile anche solo respirare.
Ora, con queste informazioni, il quadro è completo. Non si tratta di un caso da risolvere, di un colpevole da incastrare o di una vendetta da compiere. È semplicemente la triste cronaca di una vita spezzata, di un uomo che si è trovato intrappolato in una spirale di debiti e minacce da cui non ha saputo come uscire. E, forse, il solo modo di onorare la sua memoria è raccontare la sua storia, affinché altri non commettano gli stessi errori, affinché chiunque si trovi in una situazione simile possa trovare una via d’uscita prima che sia troppo tardi. Marco non è stato ucciso da qualcuno. È stato ucciso dalle circostanze, dalla paura, dalla disperazione. Ed è questo il messaggio che ha voluto lasciare dietro di sé.
Caro diario.
Mi sono svegliato con la testa piena di domande e allora ho deciso di scrivere a Joel. La sua risposta mi ha fatto riflettere:
La verità non è mai nascosta a lungo. Hai tutti i pezzi. Devi solo metterli insieme.
Ho ripensato al biglietto di Marco. Non è una confessione di omicidio, ma un grido d'aiuto. Marco voleva che sapessi che la sua morte non è stata casuale. Non perché sia stato ucciso, ma perché qualcuno lo ha spinto al limite.
Aveva provato a resistere, a trovare una via d'uscita. Le ricevute di scommesse, i debiti crescenti, le persone che evitava negli ultimi giorni: ogni cosa puntava nella stessa direzione. Marco era in trappola. Qualcuno lo stava schiacciando con il peso delle sue scelte sbagliate, e lui non aveva trovato altra via se non la resa.
Ma resa o no, c'era qualcuno dall'altra parte di questa storia. Qualcuno che aveva preteso qualcosa da lui, che lo aveva incastrato, forse manipolato. Non era un semplice caso di disperazione personale. Marco aveva paura. Paura di chi?
La risposta è sicuramente nel giro di scommesse in cui si era infilato. Forse aveva perso denaro con le persone sbagliate. Forse era arrivato a un punto in cui doveva ripagare un debito impossibile e la sua unica opzione era stata scappare. O peggio, fare qualcosa per loro.
Joel ha ragione. Ho tutti i pezzi. Ora devo capire come incastrarli.
Decido di tornare al bar dove Marco scommetteva. Il proprietario mi ha guardato con diffidenza quando sono entrato.
“Ancora qui?” mi ha chiesto, asciugandosi le mani su uno straccio sporco. “Ti ho già detto tutto quello che so.”
“E se non fosse vero?” ho ribattuto, posando sul bancone la ricevuta da 200.000 euro che ho trovato nell’auto di Marco.
Il suo sguardo si è fatto duro. Mi aspettavo che negasse di sapere qualcosa, ma invece ha sospirato e scosso la testa.
“Marco era nei guai. Grossi guai. E non poteva più uscire.”
“Con chi aveva a che fare?”
Il barista ha esitato, poi si è guardato intorno e ha abbassato la voce.
“Gente che non perdona. Ha provato a fare il grande colpo per ripagare un vecchio debito, ma ha solo peggiorato le cose. Loro lo volevano sistemare, capisci?”
“Lo hanno minacciato?”
“Non dovresti ficcare il naso in certe cose. Ti consiglio di lasciar perdere.”
Ma non posso lasciar perdere. Marco era mio amico.
Ora so che non era solo una questione di debiti: Marco era stato preso di mira. Qualcuno lo voleva morto. E questo significa che la sua morte potrebbe non essere stata una sua scelta.
Torno a casa e prendo di nuovo il diario.
Joel, Marco non è morto per caso. Qualcuno lo ha spinto fino al limite.
Se vuoi sapere la verità, devi trovare l'ultima persona che lo ha visto vivo. E scoprire cosa sa davvero.
Chi è stata l'ultima persona a vedere Marco? Qualcuno della sua famiglia? Un amico? O forse qualcuno che voleva assicurarsi che il suo silenzio fosse definitivo?
Ho bisogno di risposte.


Caro diario.
Oggi mi sono diretto, di nuovo, a casa di Marco con un'idea ben precisa in testa.
Questa volta ho un obiettivo: cercare qualcosa nella sua auto. Non so esattamente cosa mi aspetto di trovare, ma un presentimento mi spinge ad agire.
Apro la portiera con cautela e inizio a frugare. Guardo nel vano portaoggetti, sotto i tappetini, tra i sedili.
Nulla di significativo, almeno all'apparenza. Ma poi, sotto il sedile del passeggero, noto un foglio stropicciato. Lo apro con cura e leggo il contenuto: è una ricevuta di pagamento.
L'intestazione mi colpisce subito: "GoldBet". Il nome non mi è nuovo, lo associo immediatamente al mondo delle scommesse. Già questo sarebbe sufficiente a farmi preoccupare, ma è la cifra riportata a farmi sbalordire: 200.000 euro.
Rileggo il numero più volte, sperando di aver commesso un errore. No, è proprio quella la cifra. Troppo alta per un semplice passatempo, troppo alta per essere ignorata.
Giro il foglio tra le mani, e sul retro scorgo una scritta a penna. L'inchiostro nero sembra premuto con forza sulla carta, come se chi lo ha scritto fosse sopraffatto da un'emozione intensa.
Le parole mi trafiggono come lame:
"Non posso più andare avanti. Mi dispiace."
Resto fermo, paralizzato. La mia mente si riempie di domande, di scenari inquietanti. Marco era davvero nei guai. Questa non era una semplice difficoltà economica, ma una disperazione che si era fatta parola, incisa su quel pezzo di carta come un ultimo grido d'aiuto.
Mi chiedo da quanto tempo Marco fosse in quella situazione. Aveva provato a parlarne con qualcuno? Aveva chiesto aiuto? Oppure aveva nascosto tutto, soffrendo in silenzio?
Chiudo gli occhi per un attimo, tentando di ragionare con lucidità. Il gioco d'azzardo rovina vite, e Marco sembrava esserne caduto vittima. Ma perché una cifra così alta? Aveva tentato un ultimo colpo di fortuna per risolvere qualche debito precedente? Oppure ha semplicemente perso il controllo, trascinato da una spirale autodistruttiva?
Caro diario.
Oggi c’è stato il funerale di Marco. Nell’occasione, con molta discrezione, ho iniziato a fare domande in giro, cercando di raccogliere quante più informazioni possibili sulla vita di Marco nei giorni precedenti alla sua morte. Sapevo che alcuni amici comuni erano al corrente delle sue difficoltà economiche, ma nessuno immaginava quanto fossero gravi. Molti erano convinti che fosse solo un periodo difficile, una fase passeggera da cui sarebbe uscito con il tempo. Tuttavia, scavando più a fondo, ho scoperto dettagli che dipingevano un quadro ben diverso.
Negli ultimi giorni sembrava irrequieto, preoccupato. Più di una persona mi ha raccontato di averlo visto nervoso, distratto, come se fosse costantemente in allerta. Alcuni hanno notato che evitava determinati luoghi che fino a poco tempo prima frequentava regolarmente. Non andava più al solito bar la mattina per il caffè, non si fermava più a chiacchierare con i vicini e sembrava voler evitare qualsiasi tipo di interazione sociale.
Un altro dettaglio mi ha colpito particolarmente: aveva venduto il suo orologio preferito. Era un vecchio modello di grande valore affettivo, un regalo di suo nonno, qualcosa a cui teneva molto. Perché privarsene, se non per una necessità impellente? Questa informazione mi ha fatto capire che la sua situazione economica doveva essere disperata, ben più di quanto lasciasse trasparire.
Ho deciso di approfondire la questione e mi sono recato al bar dove era solito scommettere. Sapevo che Marco amava il gioco d’azzardo, ma non immaginavo fino a che punto potesse essere coinvolto in quel mondo. Ho parlato con il proprietario, un uomo dall’aria sospettosa. All’inizio non voleva dire nulla, si limitava a scuotere la testa e a tergiversare. Ma dopo un po’ di insistenza, e forse vedendo la mia determinazione, si è lasciato sfuggire un dettaglio inquietante.
Mi ha detto che Marco aveva accumulato un debito considerevole e che doveva soldi a qualcuno di grosso calibro. La sua voce si è abbassata mentre pronunciava quelle parole, come se temesse di essere ascoltato da orecchie indiscrete. Quando gli ho chiesto chi fosse questa persona, ha fatto segno di non voler continuare la conversazione.
"Non mi mettere nei guai." ha detto con un mezzo sorriso teso, per poi allontanarsi dietro il bancone.
È chiaro che Marco si era cacciato in una situazione pericolosa. Doveva soldi a qualcuno di importante, qualcuno che evidentemente incuteva paura anche a chi non era direttamente coinvolto. Possibile che fosse stato minacciato? Che avesse tentato di scappare da questa persona senza riuscirci? Il pensiero che la sua morte non sia un caso isolato ma il risultato di qualcosa di più grande e oscuro inizia a farsi strada nella mia mente.
Devo continuare la mia ricerca. Se davvero Marco è stato coinvolto con gente pericolosa, devo scoprire chi sono e cosa è successo esattamente. Forse, scavando ancora un po’, troverò la verità su quello che è accaduto a Marco.


Caro diario.
Ho bisogno dell’aiuto di Joel per questo caso che non mi ha fatto chiudere occhio per tutta la notte.
Joel, mi serve il tuo aiuto. Chi ha ucciso il mio amico Marco?
Giorgio, inizia dai dettagli che sembrano insignificanti. La verità è sempre più vicina di quanto immagini.
Ho fissato la pagina. Dettagli insignificanti... Cos'è che devo notare? Non devo farmi sfuggire nulla.
Con una scusa ho chiesto alla famiglia di poter andare nella stanza di Marco. Era l'unico modo per trovare indizi che potessero darmi una direzione concreta. Quando sono entrato, ho trovato tutto ordine, quasi troppo. Sembrava che Marco avesse voluto cancellare ogni traccia. Ma un dettaglio ha attirato subito la mia attenzione: un cassetto leggermente aperto. Con un misto di cautela e curiosità, ho allungato la mano e l’ho aperto completamente.
All'interno ho trovato alcuni documenti, disordinati ma ancora leggibili. C’erano vecchie ricevute di scommesse. Marco aveva problemi di gioco, e non piccoli. Le cifre erano alte, troppo alte per uno come lui. Più sfogliavo quei fogli, più mi rendevo conto dell'entità del problema: debiti, debiti ovunque. Il sospetto si è insinuato nella mia mente come un serpente velenoso: possibile che sia arrivato al punto di togliersi la vita per questo?
No. Non poteva essere così semplice. Il biglietto che mi ha lasciato suggerisce tutt'altro. Lo ha scritto per dare una indicazione, un messaggio che ora mi appare ambiguo. Due possibilità mi si sono presentate davanti come due strade divergenti: o qualcuno ha voluto uccidere Marco, o qualcuno lo ha spinto a compiere quel gesto estremo.
L’idea che possa esserci un mandante dietro la sua morte mi provoca un senso di profonda rabbia. Chi può avere avuto un interesse nel farlo tacere? Qualcuno a cui doveva dei soldi? O qualcuno che temeva ciò che sapeva?
Sono tornato a casa. Ho preso di nuovo il diario e ho iniziato a scrivere di fretta. Devo sapere di più, devo capire se la mia intuizione sia corretta.
Joel, Marco aveva molti debiti di gioco. Credo che qualcuno possa averlo spinto al suicidio, o forse inscenato un omicidio. Cosa ne pensi?
Se vuoi trovare la verità, cerca chi aveva interesse a farlo tacere. I debiti non sono mai solo numeri, Giorgio. Sono promesse spezzate, minacce nascoste.
Leggo e rileggo quelle parole, cercando di interpretarle. Chi aveva interesse a farlo tacere? I creditori? Qualcuno di più vicino a lui? Un amico, un parente?
La notte scende su di me come un manto pesante, e con essa arriva la consapevolezza che sono solo all'inizio di un mistero molto più grande di quanto abbia mai potuto immaginare.
Caro diario,
talvolta la vita sa essere crudele in modi che non avrei mai immaginato. Oggi ho ricevuto una notizia che mi ha gelato il sangue e che ancora non riesco a metabolizzare. Marco, il mio amico d’infanzia, se n’è andato. Così, all’improvviso. Investito da un’automobile. L’autista non ha fatto in tempo a frenare perché Marco è apparso all’improvviso davanti al suo automezzo. Non riesco a crederci. Marco era pieno di vita, un ragazzo sportivo. Un destino beffardo se l’è portato via troppo presto.
Appena ho saputo la notizia, sono corso a casa sua. Non potevo restare con le mani in mano, avevo bisogno di vederlo un’ultima volta, di salutare la sua famiglia e cercare, in qualche modo, di accettare questa terribile realtà. Quando sono arrivato l’atmosfera era soffocante. Il dolore nell’aria era così denso da sembrare palpabile. La madre di Marco era distrutta, il padre sembrava aver perso ogni forza e la sorella, con gli occhi gonfi di lacrime, stringeva tra le mani una foto di lui, come se potesse riportarlo indietro.
Il cuore mi si è stretto nel petto mentre mi sono avvicinato alla bara. Vederlo lì, immobile, con un’aria di falsa serenità, mi ha fatto sentire come se tutto fosse un brutto sogno dal quale da un momento all’altro mi sarei svegliato. Ma non era un sogno. Era reale, e faceva male.
Prima di andare via, la mamma di Marco mi ha consegnato una busta dicendo che l’aveva trovata nella giacca del figlio. La busta era indirizzata al sottoscritto. Le mani hanno tremato mentre l’ho aperta. Ho letto le parole scritte con una grafia che conoscevo bene: era quella di Marco.
So che sei diventato un detective. Se leggi questo messaggio, sappi che non sono morto per caso… qualcuno mi voleva morto e ci è riuscito.
Le gambe hanno ceduto per un istante, e ho dovuto aggrapparmi al bordo della bara per non cadere. Cosa significava? Marco non era morto per una sua distrazione? Qualcuno lo aveva ucciso? Ma chi? E soprattutto, perché lasciare un biglietto del genere? Tanti interrogativi si sono affollati nella mia mente, ma nessuna risposta sembrava farsi strada tra il caos dei miei pensieri.
Guardandomi intorno, ho cercato di mascherare la mia agitazione. Nessuno ha notato il mio turbamento, e per un attimo ho pensato di mostrare il biglietto alla famiglia. Ma poi ho esitato. Se Marco aveva messo in busta chiusa quel messaggio, forse voleva dirmi che la sua morte non era stata un caso, ma qualcosa di più serio.
Non posso lasciare che la sua morte venga archiviata come un tragico incidente, non quando lui stesso ha lasciato un messaggio così chiaro. Devo capire. Devo scoprire chi gli ha fatto questo.
Così, con il biglietto ben nascosto in tasca, ho preso una decisione: devo cercare la verità, a qualunque costo. Anche se significa addentrarmi in un mistero più grande di me. Anche se significa affrontare il pericolo.
Marco merita giustizia.


Caro diario,
Ho scoperto che, oltre alla chiave, nell’ombrello c’era scritto un indirizzo. Avigliana, Via IV Novembre. Il numero 47 e questo indirizzo, mi hanno portato davanti a una villetta apparentemente abbandonata. Una casa di due piani, con la facciata e il giardino segnati dal tempo e dall’incuria. Alcuni balconi avevano ringhiere arrugginite, le finestre erano sporche, e l’ingresso principale sembrava il tipo di posto in cui nessuno entrava da anni.
Ho controllato ancora una volta l’indirizzo. Nessun campanello e nessun cognome. Ho scavalcato la recinzione e sono andato davanti alla porta di ingresso che non presentava segni di effrazione. Ho infilato la chiave nella serratura. È scattata senza alcuna resistenza.
L’appartamento era immerso nell’oscurità. Un odore pesante di chiuso e muffa mi ha accolto non appena ho varcato la soglia. L’aria era stagnante, come se nessuno fosse entrato lì dentro da settimane, forse mesi.
Ho acceso la torcia del telefono e ho fatto qualche passo. Il pavimento scricchiolava sotto i miei piedi. C’era polvere ovunque, e la luce filtrava appena dalle persiane abbassate. Sembrava un posto dimenticato dal mondo. E poi l’ho visto. Un corpo.
Un uomo disteso a terra nel salotto, il volto coperto da un’ombra inquietante. Era immobile, le braccia leggermente aperte ai lati, le dita rigide come artigli. Non c’era sangue visibile, ma il colorito cereo della pelle e l’odore nell’aria non lasciavano dubbi: era morto da qualche giorno.
Mi sono avvicinato lentamente, cercando di mantenere il controllo del respiro. Il suo volto era scavato, la barba incolta, i vestiti spiegazzati come se fosse crollato all’improvviso.
Sul tavolo accanto a lui c’era una busta aperta e alcuni documenti sparsi. Ho dato un’occhiata veloce.
Nome sulla carta d’identità: Enrico Pastore.
Non mi diceva nulla. Mai sentito prima.
Eppure, la chiave dell’ombrello mi aveva portato dritto da lui.
Cosa lo collega a me? O meglio, a chiunque avesse nascosto quella chiave?
Ho preso il telefono e, senza perdere altro tempo, ho chiamato Casale.
L’attesa è stata lunga, il silenzio dell’appartamento interrotto solo dal ticchettio di un orologio sulla parete. Quando finalmente ho sentito i passi pesanti delle forze dell’ordine salire le scale, ho tirato un sospiro di sollievo.
Casale è stato il primo a entrare. Il suo sguardo stanco si è posato prima sul cadavere, poi su di me.
Ha chiuso gli occhi per un lungo secondo, come se stesse pregando per avere pazienza, poi ha sospirato.
"Non può trovarsi un hobby normale, De Giorgi? Tipo il giardinaggio?"
Ho accennato un sorriso.
"Lo sa che non ho il pollice verde."
Lui ha scosso la testa, scettico.
"Un giorno di questi, finirà per cacciarsi in guai seri."
Ha iniziato a esaminare la scena con il suo solito metodo meticoloso. Io, nel frattempo, ho ripensato a come ero arrivato fin lì.
Qualcuno aveva nascosto quella chiave sapendo che prima o poi qualcuno l’avrebbe trovata. Non c’era altra spiegazione.
Forse chi l’aveva lasciata lì voleva che il mistero venisse risolto.
Forse non si fidava della polizia.
Forse sapeva che solo un estraneo, qualcuno senza legami diretti con il caso, avrebbe potuto seguire le tracce senza farsi troppe domande.
E ora toccava a me scoprire chi era Enrico Pastore e perché era morto.
Casale ha dato un’occhiata ai documenti sul tavolo, poi ha lanciato un’occhiata verso di me.
"De Giorgi, sai qualcosa che dovrei sapere?"
Ho incrociato le braccia.
"Solo che ho trovato la chiave per questo appartamento nascosta dentro un vecchio ombrello in un mercatino dell’usato."
Lui ha sollevato un sopracciglio.
"Voi e i vostri colpi di fortuna."
"Preferisco chiamarlo intuito."
Ha sbuffato sorridendo e ha preso il telefono per chiamare il medico legale.
Io, invece, ho osservato ancora una volta il volto immobile di Enrico Pastore.
Chi era veramente? Cosa faceva in quell’appartamento? E, soprattutto, chi voleva che lo trovassi?
La risposta è apparsa sul diario.
Complimenti Giorgio. Grazie alla tua passeggiata al mercatino hai potuto trovare il cadavere di Enrico Pastore. Una settimana fa quel povero uomo aveva dimenticato l’ombrello al mercato locale. Qualcuno lo ha preso e messo “in vendita” perchè nessuno era venuto a reclamarne la proprietà. Pastore due giorni fa si è sentito male in casa sua e purtroppo è morto. Tu hai fatto in modo che il cadavere di quel poveretto, che non aveva né parenti né amici, venisse trovato. Niente succede per caso.
Caro diario,
La cena con Viola è stata piacevole, più di quanto avrei immaginato. È una conversatrice brillante, con quell’ironia sottile che rende ogni scambio interessante. Abbiamo parlato di tutto, dai viaggi ai libri, dalle passioni ai misteri della vita quotidiana. Eppure, il momento più inquietante della serata non è stato il suo sorriso affascinante, né il modo in cui il suo sguardo sembrava leggere tra le righe di ogni mia parola. No, il momento più inquietante è arrivato sotto forma di un messaggio. Il mio telefono ha vibrato mentre eravamo a metà della cena. L’ho preso distrattamente, aspettandomi una notifica qualsiasi, e invece mi sono trovato davanti un messaggio di Lucrezia.
"Divertiti stasera. E domani sparirai come hai fatto con me?."
L’ho riletto un paio di volte, cercando di decifrarne il significato. Semplicemente un modo per farmi sentire in colpa? Conoscendo Lucrezia, poteva essere qualsiasi cosa.
"Qualcosa non va?" mi ha chiesto Viola, notando la mia espressione.
"Nulla di importante," ho risposto, riponendo il telefono in tasca. Non avevo voglia di rovinare la serata con un enigma che, in quel momento, non avevo modo di risolvere.
Abbiamo finito la cena con leggerezza, parlando di vecchi film e di ristoranti da provare. Quando l’ho riaccompagnata a casa, mi ha salutato con un sorriso enigmatico.
"Sono felice che tu abbia accettato il mio invito," ha detto prima di scendere dalla macchina.
"Anch’io," ho ammesso.
Mentre rincasavo, però, la mia mente è tornata al messaggio di Lucrezia. Avrei potuto scriverle per chiederle spiegazioni, ma sapevo che non mi avrebbe risposto in modo diretto.
Non era solo quello a distrarmi. Durante il giorno, prima della cena, avevo fatto un salto a un mercatino dell’usato. Non cercavo nulla in particolare, ma mi piace curiosare tra gli oggetti dimenticati, immaginare le loro storie, chiedermi a chi fossero appartenuti. Tra le tante cianfrusaglie, mi era caduto l’occhio su un vecchio ombrello piuttosto particolare.
Il manico era in legno lavorato, scolpito con una cura insolita per un oggetto così comune. Sembrava un bastone da passeggio più che un ombrello, e la tela, seppur logora, conservava ancora un certo fascino.
L’avevo comprato senza pensarci troppo, più per il piacere di possedere un oggetto con una storia che per un vero bisogno. Ma quando, per puro caso, l’avevo aperto una volta tornato a casa, avevo trovato qualcosa di sorprendente.
Nascosta tra le stecche interne, c’era una chiave.
Era sottile, di ottone, con un numero inciso sul dorso: 47. Cosa apriva? E soprattutto, perché era nascosta lì? Non posso ignorare la curiosità. Ho preso il mio diario e scritto a Joel, chiedendogli un parere.
La sua risposta era stata semplice, quasi ovvia.
Scopri quale porta apre.
Ed è esattamente quello che ho intenzione di fare domani. Forse non ha alcun valore. Forse non è niente di più di una chiave smarrita che qualcuno ha infilato lì per caso. Ma ho imparato che nulla è davvero casuale. E se c’è un mistero, anche il più piccolo, sento il bisogno di risolverlo.


Caro diario,
oggi, Viola è venuta nel mio ufficio con un regalo per me. Una piccola scatola avvolta con cura in una carta dai toni caldi, con un fiocco rosso perfettamente annodato sopra.
"Per ringraziarti dell’aiuto. Hai detto che eri un investigatore… io ho indagato e ho scoperto che sono caduta proprio davanti al tuo ufficio!" ha detto con un sorriso luminoso, porgendomi il regalo.
Un gesto semplice, eppure mi ha colto alla sprovvista. Non sono abituato a questo genere di attenzioni, men che meno da donne affascinanti e misteriose come lei. Ho accettato il pacchetto, incuriosito, e l’ho aperto con cautela. Dentro c’era una penna stilografica dalla linea elegante, con il mio nome inciso in caratteri sottili lungo il fusto dorato.
"È bellissima," ho detto, sinceramente colpito.
"Penso potesse esserti utile per annotare i tuoi misteri," ha scherzato Viola, inclinando la testa di lato con quell’aria ironica che iniziavo a riconoscere come sua firma distintiva.
Abbiamo parlato per qualche minuto. Nulla di impegnativo, solo un piacevole scambio di battute, con lei che commentava la mia scrivania in perfetto disordine e io che cercavo di difendermi con scuse poco convincenti. Poi, con una disinvoltura che ho trovato ammirevole, ha lasciato cadere la sua proposta:
"Stavo pensando… Devo almeno offrirti qualcosa di buono per sdebitarmi. Che ne dici di una cena?"
Sono rimasto un attimo interdetto. Non tanto per l’invito in sé, quanto per la naturalezza con cui l’aveva fatto. Era chiaro che non stava lasciando spazio a un rifiuto.
"Mi sembra un’ottima idea," ho risposto, curioso di scoprire dove volesse arrivare.
Ma proprio in quel momento la porta si è aperta, e Lucrezia è entrata.
Ora, non so se esista una parola per descrivere la sua espressione in quel preciso istante, ma l’equivalente più vicino sarebbe stato "temporale in arrivo". Il suo sguardo è passato da me a Viola con una rapidità da far invidia a un radar, e poi si è fermato su di me, con un’intensità che sapevo non promettere nulla di buono.
Non ha detto nulla subito, ma il modo in cui ha incrociato le braccia e alzato un sopracciglio era più eloquente di un intero discorso.
"Oh, scusami, non volevo interrompere," ha detto Lucrezia con un tono che di solito precede le guerre nucleari. Viola, invece, sembrava perfettamente a suo agio. Ha mantenuto il suo sorriso tranquillo e ha semplicemente detto:
"Ti aspetto domani alle otto al Margaritas. Non accetto un no come risposta."
Poi si è voltata e se n’è andata con la stessa sicurezza con cui era entrata.
E così, mi sono ritrovato da solo con Lucrezia in un silenzio che pesava più di un macigno.
"Cena, eh?" ha detto lei, fissandomi con occhi che sembravano trapassarmi.
"Ehm… sì, ma solo per ringraziarmi," ho cercato di minimizzare, anche se sapevo benissimo che qualsiasi cosa avessi detto non avrebbe cambiato il suo umore.
"Certo," ha risposto, annuendo lentamente. Il suo sorriso era tutto tranne che sincero. Era quel tipo di espressione che sembrava dire "fai pure, ma ne pagherai le conseguenze".
Poi, senza aggiungere altro, si è voltata ed è uscita dall’ufficio, lasciandomi con una strana sensazione addosso.
Perché ha reagito in quel modo?
Non siamo fidanzati, non siamo nulla… eppure in lei c’è qualcosa che mi fa pensare al passato…
Caro diario,
Oggi, all’ora di pranzo, la mia giornata ha preso una piega inaspettata. Stavo rientrando nel mio studio quando, proprio davanti all’ingresso, ho visto una donna cadere rovinosamente sul marciapiede. Non una semplice caduta, ma di quelle che ti fanno trattenere il respiro per il dolore altrui.
Mi sono precipitato ad aiutarla. Era una donna bellissima, di una bellezza elegante e magnetica, con lunghi capelli castani e occhi scuri che, anche nel dolore, avevano un’intensità incredibile. Il suo viso, delicato e raffinato, era incorniciato da ciocche ribelli che il vento si divertiva a scompigliare.
"Va tutto bene?" le ho chiesto, mentre cercavo di aiutarla a rialzarsi. Lei ha sorriso, seppur con una smorfia di dolore.
"Credo di essermi fatta male alla caviglia..." ha risposto con voce dolce, quasi imbarazzata.
L’ho guardata con attenzione: teneva il piede sollevato, e il dolore era evidente dalla tensione sul suo volto. Non potevo lasciarla lì, così, senza pensarci troppo, le ho offerto il mio aiuto.
"Se vuole, posso accompagnarla al pronto soccorso," ho detto. Lei mi ha fissato per un attimo, forse sorpresa dalla mia gentilezza, poi ha annuito.
Mentre la aiutavo a camminare fino alla mia auto, ho notato la delicatezza dei suoi movimenti, la grazia innata che sembrava non abbandonarla nemmeno in quel momento di difficoltà. Una volta seduta, mi ha guardato con un sorriso di gratitudine. "Grazie. Non capita spesso di trovare qualcuno così disponibile."
Ho scrollato le spalle con un sorriso.
"Diciamo che oggi ero al posto giusto nel momento giusto."
Durante il tragitto verso il pronto soccorso, abbiamo iniziato a parlare. Si chiama Viola. Un nome che le si addice perfettamente, elegante e sofisticato. Ha una voce melodiosa, con un tono leggermente ironico che rende ogni sua frase più interessante. Ho scoperto che lavora come illustratrice di libri per bambini e che, proprio oggi, stava andando a un incontro importante quando è inciampata in una piccola crepa del marciapiede.
"Una caduta spettacolare," ha commentato con un sorriso. "Se solo avessi avuto un pubblico pagante, avrei potuto farci un bel guadagno."
Ho riso. C’è qualcosa in lei che mi incuriosisce. Una leggerezza nelle parole che contrasta con la profondità del suo sguardo.
Arrivati al pronto soccorso, ho insistito per restare con lei fino a quando non fosse stata visitata. Dopo un’attesa non troppo lunga, il medico ha confermato che si trattava solo di una lieve distorsione. Nulla di grave, ma avrebbe dovuto stare a riposo per qualche giorno.
Quando finalmente è uscita dalla sala visite, con una fasciatura alla caviglia e una stampella sotto il braccio, mi ha rivolto un sorriso stanco ma sincero.
"Grazie per avermi accompagnata," ha detto. "Davvero, non tutti lo avrebbero fatto."
"Non è stato un problema," ho risposto. "Anzi, è stata una piacevole distrazione dalla mia solita routine."
Lei mi ha guardato con curiosità.
"E cosa fai di solito?"
Ho esitato un attimo prima di rispondere.
"Sono un investigatore."
Viola ha sollevato un sopracciglio, chiaramente intrigata.
"Oh, quindi sei abituato a misteri e intrighi. Scommetto che la mia caduta non rientra tra i casi più complessi su cui hai lavorato."
Ho riso.
"Decisamente no, ma devo ammettere che è stato uno degli incontri più interessanti degli ultimi tempi."
Ci siamo salutati con un sorriso, e mentre la osservavo allontanarsi zoppicando leggermente, ho sentito una strana sensazione. Una sorta di elettricità nell’aria, come se quell’incontro non fosse stato un semplice caso.
Ora, mentre scrivo queste righe, non posso fare a meno di pensare a lei. C’è qualcosa che mi ha colpito, qualcosa che va oltre la sua bellezza o la sua ironia. Forse è il suo modo di affrontare le difficoltà con leggerezza, o forse è quel suo sguardo che sembra nascondere storie ancora tutte da raccontare.
Chissà se la rivedrò. Dopotutto, la mia vita ruota attorno a omicidi e misteri, non a incontri fortuiti e conversazioni leggere.


Caro diario,
È finita. O almeno, così sembra.
La polizia ha confermato quello che ormai sapevo: il corpo ritrovato dietro il muro apparteneva a Maria Gualtieri. Dopo quarantatré anni, il suo destino non è più un mistero. Eppure, la verità che è emersa è ancora più terribile di quanto avessi immaginato.
Maria non era morta di cause naturali.
L'autopsia ha rivelato segni di violenza sulle ossa, fratture guarite male e altre mai guarite affatto. È chiaro che prima di essere stata murata viva, aveva sofferto. Quell’orrore si era consumato tra le mura della villa, nascosto nel silenzio e nell’ombra, mentre il mondo andava avanti senza sapere nulla.
Ma chi era stato? Chi l'aveva ridotta così?
Gli agenti hanno cercato nei registri e sono riusciti a rintracciare un lontano parente di Maria, un cugino ormai anziano che, con voce spezzata, ha raccontato una storia che la famiglia aveva cercato di dimenticare.
Maria, a quanto pare, si era innamorata della persona sbagliata. Un uomo violento.
All’inizio, sembrava un normale corteggiamento. Ma con il tempo, quell’uomo – di cui il cugino ricordava solo il cognome, Gualtieri, lo stesso che Maria aveva preso dopo il matrimonio – aveva mostrato la sua vera natura. Un uomo possessivo, crudele. Quando Maria aveva trovato il coraggio di lasciarlo, era scomparsa nel nulla.
La famiglia aveva sempre sospettato di lui, ma non c’erano mai state prove.
Il marito aveva dichiarato che Maria lo aveva lasciato, che se n’era andata una notte senza avvisare nessuno. La polizia aveva indagato per un po’, ma senza tracce, senza testimoni, il caso si era chiuso.
Maria Gualtieri era diventata solo un nome tra i dispersi. Quattro anni dopo la sua scomparsa, il marito venne trovato morto per infarto nel giardino della villa. Ecco perché Joel aveva detto che non era sola… Ora, quarantatré anni dopo, la villa ha restituito il suo segreto.
Ho lasciato che la polizia facesse il suo lavoro, raccogliendo prove e documenti. Sapevo che il caso sarebbe finalmente arrivato sulle scrivanie giuste, che qualcuno avrebbe cercato di dare giustizia a quella donna dimenticata dal tempo.
Eppure, mentre camminavo per la villa un’ultima volta, sentivo ancora un’energia strana attorno a me. Come se le pareti trattenessero un ultimo respiro, un ultimo frammento di memoria.
Mi sono fermato nel corridoio principale. Le mura, che per giorni avevano sussurrato, tremato, risposto alle mie domande, erano immobili.
Ho allungato la mano e ho sfiorato la superficie fredda e ruvida del muro.
"Riposa in pace, Maria," ho sussurrato.
E per la prima volta da giorni, la casa è rimasta in silenzio.
Un silenzio diverso.
Non quello carico di segreti e ombre, non quello che tratteneva le grida del passato. Era un silenzio sereno, quasi… sollevato.
Ho capito in quel momento che la villa non aveva più nulla da dire. Il suo segreto era stato rivelato, il suo dolore finalmente riconosciuto.
E così, me ne sono andato.
L’aria fresca della collina torinese mi ha riempito i polmoni mentre camminavo verso la macchina. Il cielo era di un azzurro limpido, il sole filtrava tra gli alberi con una dolcezza che sembrava stonare con l’orrore scoperto lì dentro.
Ma forse, anche la casa aveva bisogno di luce.
Mentre rientravo in ufficio, ho sentito una leggera vibrazione nel mio zainetto. Il diario. Mi sono fermato. L’ho aperto, aspettando che l’inchiostro comparisse da solo sulla pagina, come sempre accade quando Joel vuole parlarmi.
Dopo qualche secondo, poche parole hanno preso forma.
Ora riposa.
Non sono sicuro se si riferisse a Maria, alla casa, o a me stesso. Forse a tutti noi.
Caro diario,
Ho scavato ancora, e questa volta ho trovato il pezzo mancante del puzzle. Quello più terribile.
Maria Gualtieri non era stata solo rinchiusa. Era morta lì dentro.
Lo avevo sospettato, ma vederlo con i miei occhi è stato tutt’altro che facile. Sono tornato alla villa con una sensazione strana, come se l’aria stessa mi stesse avvertendo di ciò che avrei trovato. Con me era presente il maggiore Casale e, guarda caso, anche il Commissario Capo Joel Ferrél. Ci siamo addentrati di nuovo nel passaggio segreto, quella galleria soffocante che sembrava stringersi sempre più attorno a noi. Ero determinato a esaminare ogni angolo, perché sapevo che qualcosa ancora sfuggiva alla mia comprensione.
Poi, mentre passavo la torcia sulle pareti umide della piccola stanza in cui avevo trovato la sedia, ho notato una crepa insolita su un lato della parete. Un punto in cui i mattoni sembravano meno stabili, come se fossero stati posati con più fretta, con meno cura.
Ci siamo avvicinati, ho passato le dita sulla superficie fredda e ho dato un colpetto leggero. Il suono era vuoto. C’era altro dietro.
Joel ha cercato un attrezzo, qualcosa per rimuovere quei mattoni, e alla fine ha trovato un vecchio ferro da camino abbandonato in un angolo polveroso. Con pazienza e una crescente ansia da parte mia, ha iniziato a scavare, rimuovendo un mattone dopo l’altro. La polvere ci riempiva i polmoni.
Fino a quando abbiamo visto le ossa. Non c’erano dubbi. Sotto vecchi teli logori e ricoperti di polvere, c’erano resti umani. Fragili, dimenticati, nascosti. Maria non era mai uscita da quella stanza. Era stata murata lì dentro. Un brivido mi ha percorso mentre realizzavo l’orrore di quella scoperta. Qualcuno l’aveva rinchiusa, lasciandola morire. Non di una morte veloce, ma lenta, terribile. E poi aveva tentato di cancellare ogni traccia, seppellendo la verità nel silenzio di quelle mura.
Le pareti sembravano ancora vibrare di una memoria antica, un’eco di dolore e ingiustizia rimasta intrappolata lì per decenni.
Avevo bisogno di risposte. Mi sono girato verso Joel.
"Cosa abbiamo trovato?"
“La casa ricorda.” Ha detto semplicemente fissando il muro. “Ora tocca a te raccontare la sua storia.”
Non posso dimenticare ciò che ho visto. Non posso ignorare ciò che la casa mi ha mostrato.
Chi aveva murato quel passaggio voleva che la verità restasse sepolta. Che nessuno scoprisse cosa era successo davvero a Maria Gualtieri.
Ma le case parlano. Le mura assorbono il dolore, il tempo non cancella i crimini. E ora la verità è venuta a galla. Dopo tutti questi anni, Maria potrà avere giustizia.
Ma c’è una domanda che ancora mi tormenta.
Se Maria non era sola…


Caro diario,
Oggi ho scoperto la verità. O almeno, una parte di essa.
Dopo una notte tormentata da incubi confusi e frammenti di pensieri inquietanti, sono tornato alla villa deciso a esplorare meglio il passaggio segreto. Qualcosa mi diceva che non avevo ancora visto tutto. Il corridoio, stretto e soffocante, sembrava ancora più oscuro della sera precedente. L’aria stagnante sapeva di polvere e umidità, e il silenzio era così assoluto da rendere i miei passi assordanti.
Alla fine del passaggio, nascosta nell’ombra, c’era una porta chiusa. Avevo notato la sua presenza ieri, ma non avevo avuto né il tempo né il coraggio di affrontarla. Oggi, invece, non mi sono fermato.
Ho provato a girare la maniglia, ma era bloccata. Ho spinto con più forza, sentendo il legno vecchio gemere sotto la pressione. Alla fine, con uno sforzo, la porta si è spalancata di colpo, rivelando una stanza angusta, illuminata solo dal fascio tremolante della mia torcia. Ma un forte spavento mi ha fatto trasalire. Nella stanza era presente un uomo: Joel.
“Ma mi vuoi morto?” urlo ancora tremante.
“Scusa Giorgio, non ho fatto in tempo ad avvertirti. Ma come vedi sono qui per aiutarti.” ha risposto con un sorriso malizioso. Abbiamo iniziato la nostra perquisizione.
Il primo dettaglio che abbiamo notato è stato il pavimento. Sporco, ma segnato da strane macchie. Poi, sulle pareti di pietra grezza, ho intravisto graffi profondi, incisi con disperazione. Qualcuno era stato lì dentro. Forse prigioniero.
L’idea mi ha raggelato. Mi sono avvicinato lentamente, scrutando ogni angolo di quella cella segreta. A terra, sparsi tra la polvere, Joel ha trovato dei giornali come quelli che avevo sfogliato ieri.
Uno di essi riportava una notizia particolare.
1982 – Scomparsa nel nulla Maria Gualtieri.
Il nome mi era familiare. L’avevo sentito o letto da qualche parte. Solo in quel momento Joel mi ha fatto notare che la villa si chiamava “Villa Gualtieri” e così ho collegato tutto: Maria Gualtieri era la proprietaria della villa. Scomparsa e non era mai stata trovata. Il sangue mi pulsava nelle tempie mentre rileggevo l’articolo. Parlava di una donna benestante, sposata con un certo Alberto Gualtieri, un uomo descritto come riservato e poco incline alla mondanità. Maria era sparita senza lasciare tracce. Nessun biglietto d’addio, nessun testimone, nessun segno di effrazione in casa. Il caso era rimasto irrisolto, destinato a perdersi nel tempo come tanti altri misteri dimenticati.
Ma ora ero certo di una cosa: Maria non se n’era mai andata. Qualcuno l’aveva rinchiusa in quella stanza. E la domanda più terribile mi ha attraversato la mente: era mai uscita?
Il pensiero mi ha fatto gelare. La mia mente cercava disperatamente un appiglio logico, un’interpretazione razionale, ma ogni fibra del mio corpo mi diceva che non avrei trovato nulla di normale in quella storia. Mentre tentavamo di mettere insieme i pezzi, Joel mi ha detto sottovoce:
"Non era sola."
“Non era sola? Quindi… c’è qualcun altro qui dentro? Un’altra vittima? Un complice? O qualcosa di peggio?”
“Sei tu che devi scoprirlo.”
Un’ombra di terrore si è insinuata nei miei pensieri. Se Maria non era sola, allora chi o cosa aveva condiviso con lei quell’orrore? Un altro prigioniero? Il suo carceriere? O qualcos’altro che non riuscivo ancora a comprendere?
Ho sono guardato intorno. La stanza sembrava ancora più piccola, più soffocante. Ho avvertito un fremito nell’aria, quasi un’eco di qualcosa che voleva essere ricordato, che rifiutava di restare sepolto nel tempo.
Siamo usciti dalla villa, Joel si è dileguato. Ora so cosa devo fare. Devo chiamare Casale e andare più a fondo nelle indagini.
Caro diario,
Ho passato l’intera giornata a studiare la struttura della villa, analizzando ogni stanza, ogni angolo, ogni dettaglio. Qualcosa non tornava. C’erano troppe differenze nelle misure delle pareti, piccole anomalie architettoniche che non potevano essere semplici errori di costruzione. La casa nasconde qualcosa.
Dopo ore di ispezione, mentre giravo per i corridoi con il solo suono dei miei passi a farmi compagnia, ho iniziato a battere con le nocche contro le pareti. In alcuni punti il suono era pieno, compatto, in altri... vuoto. Una differenza impercettibile, ma sufficiente a farmi drizzare le antenne.
Alla fine, la svolta è arrivata nello studio della villa, una stanza ingombra di vecchi mobili e librerie imponenti, le cui mensole traboccavano di tomi impolverati. Era lì che si celava il segreto. Mentre scorrevo le dita lungo il bordo di una libreria, ho sentito un lieve cedimento. Senza esitare, ho premuto. Un clic sordo ha rotto il silenzio, e con un leggero scricchiolio, una sezione della libreria si è scostata, rivelando un passaggio segreto.
Il cuore ha accelerato i battiti. Ho estratto la torcia e ho illuminato l’apertura. Un corridoio stretto si apriva davanti a me, le pareti di pietra grezza trasudavano umidità, l’aria densa di polvere mi pizzicava la gola. Sembrava condurre verso il basso, sotto la casa. Mi sono infilato nel passaggio, avanzando con cautela. Ogni passo rimbombava sordo, amplificato dal silenzio pesante che mi circondava.
Dopo alcuni metri, la luce della torcia ha illuminato qualcosa che mi ha fatto fermare di colpo.
Una sedia.
Una vecchia sedia di legno, al centro di una piccola stanza angusta, con corde sfilacciate ancora annodate ai braccioli. Qualcuno era stato legato lì. Per quanto tempo? Perché?
Accanto alla sedia, una pila di giornali ingialliti, ordinatamente disposti. Ho raccolto il primo della pila: 1982. Ho sfogliato le pagine. Alcuni articoli erano cerchiati con inchiostro sbiadito. Parlavano di una scomparsa. Un nome ricorreva più volte, ma la polvere e l’umidità avevano reso illeggibili alcune parti del testo.
Mentre cercavo di mettere insieme i pezzi, un rumore mi ha fatto gelare il sangue. Un fruscio.
Mi sono voltato di scatto, la torcia tremolante tra le mani. L’aria sembrava improvvisamente più pesante, carica di un’attesa inquietante. E poi, il diario ha vibrato leggermente nel mio zaino.
L’ho aperto con mani esitanti. Le parole sono comparse da sole, inchiostro nero che si stagliava nitido sulla pagina.
Giorgio, attento.
Ho alzato lo sguardo. Qualcuno si muoveva all’interno della villa. Un brivido mi ha attraversato la schiena, ho sentito la paura strisciare sotto la pelle. Sono scappato di corsa ma domani tornerò… non da solo.


Caro diario.
Oggi ho ricevuto una chiamata piuttosto bizzarra. Una coppia, i signori Martelli, mi hanno contattato perché la loro abitazione sulla collina torinese, una villa signorile dall’aria austera, era diventata invivibile. Mi hanno parlato di suoni strani provenienti dalle pareti: sussurri, colpi improvvisi, persino un respiro affannoso nel cuore della notte. Hanno deciso di abbandonarla anni fa ma, volendo ristabilirvi la loro dimora, volevano trovare una risposta a queste stranezze. Non sapevano a chi rivolgersi e, non so per quale strano giro di voci, qualcuno ha suggerito il mio nome.
"Lei è un gostbaster, vero?" ha chiesto la signora Martelli con voce tremante.
"No, signora, non catturo fantasmi. Ma un rumore sospetto è un enigma, e io adoro risolvere enigmi."
Così, senza farmelo ripetere due volte, ho accettato. Nel pomeriggio mi sono recato alla villa sulla collina, dove mi ha accolto un edificio imponente ma visibilmente trascurato. L’intonaco sulle pareti esterne era screpolato, alcune finestre mostravano crepe sottili come ragnatele, e l’intero luogo sembrava pervaso da un senso di abbandono. I Martelli avevano già lasciato la casa, preferendo rifugiarsi altrove, troppo spaventati per restare anche solo una notte di più.
Dopo aver varcato l’ingresso, ho iniziato un primo sopralluogo. Il silenzio della casa era denso, quasi sospeso, come se le mura trattenessero un segreto. Ho camminato lentamente tra le stanze, osservando ogni dettaglio: mobili antichi coperti da lenzuola impolverate, tappeti consunti, pareti decorate da vecchie carte da parati ingiallite. Niente sembrava fuori posto, almeno in apparenza.
Poi, mentre ispezionavo il corridoio del piano superiore, l’ho sentito: un colpo sordo proveniente dalla parete alla mia destra. Mi sono fermato, trattenendo il respiro. Ho aspettato. Un altro colpo, questa volta più lieve, quasi un battito sommesso. Ho poggiato la mano sulla parete e ho sentito una leggera vibrazione, come se qualcosa dall’altra parte cercasse di farsi sentire.
"Joel, cosa ho appena trovato?"
Ho aperto il diario e, come sempre, la risposta non ha tardato ad arrivare. La pagina ha tremato leggermente e poi le parole sono comparse da sole.
Segui il suono. La casa ricorda.
Non sono impazzito. So cosa ho sentito. Questa casa vuole raccontarmi qualcosa, ne sono certo. Ma cosa? E soprattutto, perché ora?
Domani tornerò con più calma. Porterò con me alcuni strumenti: una torcia più potente, un registratore per captare eventuali suoni impercettibili all’orecchio umano, e forse anche una leva, nel caso dovessi aprire qualche passaggio nascosto. Perché sì, ho il sospetto che dietro quella parete ci sia più di quanto sembri. Mai avrei pensato di dover fare anche il Gostbaster.
Caro diario,
Ho rintracciato il vero Andrea Villa.
Non è stato facile. Dopo la confessione del suo sostituto, sapevo che Andrea non era stato costretto a sparire, ma lo aveva fatto di sua spontanea volontà. Il problema era scoprire dove fosse andato. Non aveva lasciato tracce evidenti, nessun biglietto d'addio, nessuna indicazione del suo nuovo inizio. Ma un uomo non può semplicemente svanire nel nulla, e così ho iniziato a cercare nei pochi indizi rimasti.
Ho controllato i suoi movimenti bancari, analizzando ogni transazione fatta prima della sua scomparsa. Per settimane, i prelievi erano stati regolari, sempre negli stessi posti, le solite spese. Poi, all'improvviso, un pagamento insolito: un biglietto aereo per il Sud America. Un'unica spesa, effettuata giorni prima che il finto Andrea prendesse il suo posto.
Sud America. Lontano abbastanza per scomparire completamente.
Non potevo raggiungerlo, ma potevo provare a contattarlo. Ho pensato al messaggio che avevo ricevuto… quel numero sconosciuto. Ho usato la sua stessa tecnica e, usando un numero anonimo, gli ho inviato un messaggio breve e diretto:
"So che sei vivo. Ho parlato con il tuo sostituto. Perché l’hai fatto?"
Ore di attesa. Il telefono muto, lo schermo spento. Mi chiedevo se lo avrebbe mai letto, se avrebbe avuto il coraggio di rispondere o se, nella sua nuova vita, voleva lasciarsi ogni cosa alle spalle, me incluso.
Poi, inaspettatamente, il telefono ha vibrato. Un messaggio.
"Mi dispiace, ma questa è la mia scelta. Non posso più vivere quella vita."
Le sue parole erano fredde. Nessuna esitazione, nessun rimorso. Solo la determinazione di un uomo che ha preso una decisione definitiva. Andrea Villa non è stato costretto a fuggire. ha scelto di morire socialmente per rinascere altrove.
L’ho riletto più volte, cercando un segno di esitazione, una crepa nella sua fermezza. Ma non c’era nulla. Andrea ha detto addio al suo passato senza voltarsi indietro.
Come sempre, Joel ha lasciato il suo messaggio. Ho preso il diario.
Alcuni vogliono fuggire, Giorgio. Lasciali andare.
Lasciali andare. Ma posso davvero farlo? Posso accettare che qualcuno cancelli la propria esistenza così, senza spiegazioni, senza un addio vero?
Forse sì. O forse, semplicemente, non ho scelta.


Caro diario,
Oggi ho affrontato il falso Andrea. Sapevo di correre un rischio, ma non potevo più vivere con il dubbio. Troppe domande senza risposta, troppi dettagli che non tornavano. L’ho studiato per due giorni, osservato i suoi movimenti, analizzato ogni piccolo errore nel suo comportamento. E alla fine, sono certo di una cosa: non è lui.
L’ho aspettato fuori dal bar che frequenta abitualmente, quello dove il vero Andrea diceva di non andare mai. Quando è uscito, gli ho tagliato la strada.
"Dobbiamo parlare," gli ho detto con voce ferma.
Ha alzato un sopracciglio, fingendo sorpresa. "Che succede?"
Non mi sono lasciato ingannare. "So chi sei. O meglio, so chi non sei. Ti sei allenato bene a imitare Andrea Villa, ma ci sono dettagli che non puoi cancellare. Ora voglio la verità."
Per un istante, il suo sguardo è cambiato. Ha abbassato lo sguardo, come se stesse valutando se scappare o affrontarmi. Poi, con un sospiro pesante, si è arreso.
"Va bene," ha detto piano. "Ma non è come pensate."
Ci siamo seduti su una panchina poco distante. La sua voce era calma, ma le mani tremavano leggermente.
"Andrea Villa ha organizzato tutto," ha confessato. "Non sono io ad averlo sostituito contro la sua volontà. È stato lui a scegliere di andarsene. Era stanco della sua vita, delle sue responsabilità, di tutto. Così ha pianificato la sua scomparsa nei minimi dettagli. Ha trovato me—un attore, un professionista nel cambiare identità—e mi ha pagato per prendere il suo posto."
L’ho fissato, incredulo.
"Stai dicendo che Andrea voleva sparire?"
"Esatto. Voleva ricominciare da zero, lontano da qui. Ha lasciato tutto nelle mie mani: la sua casa, il suo lavoro, le sue abitudini. Io dovevo solo diventare lui. Non è stato facile, ma con il tempo ho imparato ogni sua sfumatura. Nessuno avrebbe mai sospettato nulla."
La rivelazione mi ha lasciato senza parole. Tutto quello che avevo immaginato, un complotto, una sostituzione forzata, forse addirittura un omicidio, era sbagliato. Andrea non era stato costretto a lasciare la sua vita. Aveva scelto di farlo.
Mi sono allontanato dal falso Villa senza sapere cosa pensare. Poi sono andato da Casale.
Quando gli ho raccontato tutto, ha scosso la testa incredulo.
"Mai sentita una cosa simile. Ma almeno adesso abbiamo una spiegazione."
"Già," ho risposto, anche se dentro di me sapevo che quella spiegazione non mi bastava.
Perché Andrea Villa aveva voluto sparire? Cosa lo aveva spinto a rinunciare a tutto? E soprattutto… dov’era adesso? Dopo il nostro incontro in caserma ho perso le sue tracce.
Quella storia sembrava chiusa, ma io sento che c’è ancora qualcosa di oscuro sotto la superficie.
Caro diario,
Questa sera ho deciso di rischiare. Sapevo che era una follia, ma non potevo più ignorare quello che stava accadendo. Ho atteso pazientemente che il finto Andrea uscisse di casa, e quando l’ho visto allontanarsi lungo Corso Laghi, ho agito. Ho forzato la porta d’ingresso del suo appartamento.
Dentro tutto sembrava… normale. Forse troppo. L’ordine quasi maniacale dell’ambiente mi ha subito messo a disagio. Nessun oggetto fuori posto, nessun segno di vita vissuta in modo spontaneo. Era come se l’appartamento fosse stato sistemato apposta per una visita improvvisa, come se qualcuno avesse voluto cancellare ogni traccia di qualcosa di compromettente.
Ho iniziato a perlustrare le stanze con attenzione, cercando qualsiasi indizio che potesse confermare i miei sospetti. Poi, nella camera da letto, ho trovato qualcosa di inquietante.
Sul comodino c’era un taccuino nero, consumato ai bordi, come se fosse stato sfogliato decine e decine di volte.
Le pagine erano piene di annotazioni dettagliate:
"Ricordati di salutare il portiere con un cenno, come fa Andrea. Ordina sempre il caffè macchiato. Andrea odia il cappuccino. Non dimenticare di passarti la mano tra i capelli ogni tanto. Andrea lo fa quando è nervoso."
Era una guida su come essere Andrea Villa. Ogni gesto, ogni abitudine, ogni piccola sfumatura della sua personalità era riportata con una precisione inquietante. Come se qualcuno stesse studiando Andrea, cercando di replicarlo alla perfezione.
Chiunque fosse quell’uomo, non era Andrea Villa. Era una copia. Un impostore che aveva preso il suo posto.
Mentre sfogliavo il taccuino, ho avvertito un improvviso calore sulla schiena. Il diario. Il mio diario.
Si stava illuminando dentro il mio zainetto.
Le parole sono apparse sulla pagina da sole, come scritte da una mano invisibile:
Giorgio, esci subito.
Il cuore mi è balzato in gola. Ho sentito il rumore della serratura girare.
Senza pensarci, mi sono nascosto dietro la porta della camera da letto, trattenendo il respiro.
Il finto Andrea è rientrato. Ho sentito il fruscio della sua giacca mentre la posava sul letto, il rumore dei suoi passi mentre si dirigeva verso il bagno.
Dovevo agire in fretta. Con movimenti lenti e silenziosi, sono sgattaiolato fuori dalla camera e mi sono diretto verso l’uscita. La porta era ancora socchiusa. Un ultimo sguardo all’interno dell’appartamento mi ha confermato quello che ormai sapevo con certezza: Andrea Villa era stato sostituito.
Chiunque è al suo posto, si sta preparando da tempo per impersonarlo alla perfezione.
Ora non è più solo un sospetto. È la realtà. Una realtà che mi fa paura.


Caro diario.
Oggi ho fatto le prime indagini su Andrea Villa. Sono andato davanti alla sua casa in Corso Laghi e ho osservato da lontano. Nessun movimento sospetto. Tutto sembrava tranquillo, finché non ho visto l’uomo uscire dal portone. Identico ad Andrea. Stessa camminata, stessi gesti mentre controllava il telefono. Eppure, qualcosa non quadrava. I suoi movimenti avevano un che di innaturale, come se stesse recitando un copione già scritto. Era come vedere una replica perfetta di Andrea, ma priva di spontaneità, come un attore che interpreta il ruolo della sua stessa vita.
L’ho seguito con discrezione mentre attraversava la strada. Non si è accorto di me. Ha raggiunto il bar all’angolo e ha ordinato un caffè. Ha salutato il barista con un cenno familiare, come se fosse un cliente abituale. Ma io sapevo che non lo era. Il vero Andrea mi aveva detto di non frequentare mai quel bar. Un dettaglio apparentemente insignificante, ma che ha acceso un campanello d’allarme nella mia mente. Chiunque fosse quell’uomo, non stava solo imitando Andrea: voleva essere Andrea.
Sono rimasto a osservarlo per qualche minuto. Ha bevuto il suo caffè lentamente, poi ha pagato e si è avviato lungo il marciapiede con passo sicuro. Non lo pedinavo più: lo studiavo. Ogni gesto, ogni espressione. Cercavo di cogliere la minima discrepanza tra lui e la persona che conoscevo. Ma era come se qualcuno avesse preso Andrea e ne avesse fatto una copia leggermente difettosa, un’immagine riflessa in uno specchio leggermente deformante.
Nel pomeriggio, ho deciso di prendermi una pausa da queste stranezze e ho incontrato Lucrezia. Non la vedevo da giorni, e il suo sguardo parlava chiaro: era ancora arrabbiata con me per la mia assenza improvvisa. Mi ha scrutato con una freddezza che nascondeva qualcosa di più profondo: preoccupazione. E forse anche un po’ di paura.
"De Giorgi, siamo adulti," ha detto, incrociando le braccia. "Non posso permettermi di avere un fidanzato che sparisce e riappare senza spiegazioni logiche. Ma voglio crederti."
Ho sorriso appena, cercando di non far trasparire il tumulto che avevo dentro. "Credimi, neanche io riesco a spiegarmi certe cose. Ma grazie per esserci."
Non ho aggiunto altro. Non posso. Lei non deve sapere del diario. Non deve sapere delle mie indagini su Andrea Villa. Non deve sapere che c’è qualcosa di profondamente sbagliato in questa storia.
Mentre tornavo a casa, con la mente ancora affollata da domande senza risposta, ho sentito il telefono vibrare. Un messaggio anonimo. Solo poche parole, ma abbastanza per farmi gelare il sangue:
"Smettila di cercare la verità."
Chiunque fosse dall’altra parte, sapeva cosa stavo facendo. E questo significava una sola cosa: ero sulla strada giusta

Caro diario,
Pensavo che dopo il caos della scorsa settimana, oggi sarebbe stata una giornata più tranquilla. Mi sbagliavo di grosso.
Ero appena rientrato nel mio ufficio, con un caffè ancora fumante e la voglia di riorganizzare i casi aperti, quando il telefono ha squillato. Il Maggiore Casale, con il suo solito tono secco, mi ha convocato alla stazione di polizia. "De Giorgi, qui abbiamo un tipo che dice di essere stato sostituito da un impostore. È fuori di testa, ma magari lei vuole dare un’occhiata."
Non ero sicuro di voler dare un’occhiata a qualcosa che sembrava più un caso da psichiatri che da investigatori, ma la curiosità ha vinto. Ho lasciato il caffè a metà e sono uscito.
Alla centrale, un uomo sulla quarantina, spettinato e con gli occhi gonfi di stanchezza, si agitava davanti alla scrivania di Casale. "Mi chiamo Andrea Villa," ha detto, "e qualcuno mi ha rubato la vita."
Casale ha incrociato le braccia. "Signor Villa, le abbiamo già spiegato che non ci sono prove. Lei ha i suoi documenti, la sua casa, il suo lavoro. Nessuno l’ha sostituita."
Andrea ha scosso la testa, esasperato. "Quello non sono io! Il vero Andrea Villa non esiste più. Vi prego, dovete credermi!"
Mi sono seduto accanto a lui. "Mi dica tutto dall’inizio."
Andrea ha chiuso gli occhi un istante, come per raccogliere i pensieri. "Una settimana fa ero a casa mia, nel mio appartamento in Corso Francia. Ho acceso il computer per controllare la posta e ho trovato un’email inviata da me stesso… ma io non l’avevo mai scritta. Diceva che mi sarei assentato per un po’, che avrei lasciato tutto in ordine. Sono andato in banca: il mio conto era attivo, ma c’erano movimenti che non avevo fatto io. Sono entrato in ufficio, e lì… lì è stato l’incubo. Tutti mi guardavano come un estraneo. Il mio capo mi ha detto che ero stato in ferie negli ultimi tre giorni, ma io non ho mai chiesto ferie. Quando sono tornato a casa, la chiave non funzionava più. E poi… poi ho visto lui. Un uomo che mi assomigliava in tutto e per tutto, che viveva la mia vita."
Casale ha sospirato e mi ha lanciato un’occhiata eloquente. "Adesso capisce perché l’ho chiamata?"
Ma io non ridevo. C’era qualcosa nel modo in cui Andrea parlava, nello sguardo pieno di terrore, che mi ha fatto drizzare le antenne.
"Mi faccia controllare alcune cose," gli ho detto. "Se davvero qualcuno si è impossessato della sua vita, dobbiamo capire come ha fatto."
Casale ha scosso la testa, ma non ha detto altro. Io ho solo annuito. C’era qualcosa di strano in questa storia, e avevo intenzione di scoprirlo.
Caro diario,
oggi tutto è venuto alla luce. Dopo giorni di interrogatori, indizi raccolti e tensioni crescenti, abbiamo finalmente scoperto la verità: Mario è il vero mandante dell'omicidio. La sua maschera di regista passionale e tormentato si è sgretolata sotto il peso delle prove e delle sue stesse parole.
Aveva convinto Andrea a modificare la spada di scena, sapendo che il ragazzo, giovane e insicuro, era facilmente manipolabile. Andrea cercava sempre l'approvazione degli altri, e Mario aveva saputo sfruttare quella debolezza.
“Manfredi stava per rovinarmi,” ha confessato Mario quando lo abbiamo affrontato in commissaria alla presenza di Casale. Il suo volto, segnato dalla stanchezza, era contratto in un'espressione dura.
“Se avesse lasciato la compagnia, avrei perso tutto. Gli sponsor, il pubblico… tutto il lavoro di una vita.”
La sua voce era carica di rabbia e disperazione. Per lui, Manfredi non era solo un attore difficile: rappresentava la minaccia concreta al suo futuro. Ma invece di affrontare la situazione con dignità, aveva scelto la strada più scellerata.
Andrea, seduto poco distante, sembrava in stato di shock. Le mani gli tremavano mentre continuava a scuotere la testa, come se non riuscisse a credere di essere stato usato in quel modo.
“Non volevo che finisse così,” ha mormorato. “Pensavo fosse solo uno scherzo, una messa in scena per dargli una lezione.”
Casale ha gestito l’arresto con la solita calma che lo contraddistingue. Con voce ferma ha recitato i diritti a Mario e ad Andrea, mentre gli agenti lo ammanettavano.
“Un altro caso risolto, De Giorgi,” ha detto Joel, posandomi una mano sulla spalla.
Ho annuito, ma dentro di me non provavo alcuna soddisfazione. La tragedia che ha colpito il teatro non può essere cancellata. Manfredi è morto per vecchie tensioni, gelosie e ambizioni fuori controllo. Quelle stesse emozioni che spesso animano il mondo del teatro hanno qui superato ogni limite, trasformandosi in un incubo reale.
Mentre tornavo a casa, riflettevo su quanto fosse fragile il confine tra ambizione e follia. Inseguire un sogno è naturale, ma quando il desiderio di successo diventa ossessione, il rischio di perdere la propria umanità è dietro l'angolo.
Il sipario è finalmente calato su questa tragica storia. Andrea dovrà fare i conti con il senso di colpa per il resto della sua vita, mentre Mario pagherà per le sue azioni.
Nuovi misteri mi aspettano dietro le quinte. La vita è come un palcoscenico, e le storie non finiscono mai davvero. C’è sempre una nuova scena che si apre. E io sono pronto a calcare quel palco ancora una volta.


Caro diario,
la giornata è iniziata con una rivelazione scioccante. Marina, visibilmente provata, ci ha confessato un dettaglio che ribalta l’intera indagine.
“Ho visto Andrea armeggiare con le spade poco prima dell’inizio dello spettacolo,” ha detto con il volto pallido. “Pensavo stesse solo sistemando gli oggetti di scena.”
Questa testimonianza ha cambiato tutto. Fino a quel momento Andrea era sembrato soltanto un tecnico impacciato e nervoso, ma ora le sue azioni assumevano una luce diversa.
Joel ha deciso di convocarlo per un nuovo interrogatorio, e sotto pressione Andrea ha ceduto.
“Non volevo ucciderlo,” ha confessato, la voce tremante. “Era solo uno scherzo… volevo dargli una lezione per come trattava tutti noi.”
Le sue parole ci hanno lasciati senza fiato. Manfredi era noto per il suo carattere autoritario, ma mai avrei immaginato che qualcuno nella compagnia potesse arrivare a tanto.
Andrea ha spiegato che aveva affilato la spada per spaventare l’attore durante una scena particolar-mente intensa, senza rendersi conto delle conseguenze fatali del suo gesto.
Mentre parlava, il suo volto era una maschera di rimorso. Tuttavia, c'era ancora qualcosa che non quadrava. Joel lo sapeva e lo vedevo nei suoi occhi attenti e penetranti.
“Andrea non è il tipo che prende iniziative così estreme da solo,” ha detto Joel mentre ci allontanavamo dalla sala interrogatori. “Qualcuno deve averlo spinto a farlo.”
Andrea può essere impulsivo, ma l’idea di affilare una spada per "dare una lezione" sembra troppo sofisticata per una semplice bravata. Inoltre, chiunque lavora in teatro sa bene quanto una modifica del genere possa essere pericolosa.
Abbiamo deciso di scavare più a fondo. C’erano ancora troppe domande senza risposta.
Perché Marina aveva parlato solo ora? Aveva forse paura di qualcuno? E Mario, il regista, che sembrava tanto risentito per i continui contrasti con Manfredi, poteva essere coinvolto?
Passeggiando tra le quinte, percepivo ancora la tensione nell'aria.
Le pareti del teatro sembravano intrise di segreti. Joel era determinato a trovare la verità, e anch'io sapevo che non ci saremmo fermati finché ogni pezzo del puzzle non fosse andato al suo posto.
Andrea può essere un burattino, ma ora dobbiamo trovare chi muove i fili dietro questa macabra tragedia.
Caro diario,
oggi abbiamo scoperto un dettaglio fondamentale che ha cambiato il corso delle indagini. La scientifica ha confermato ciò che Joel sospettava da tempo: la spada scenica usata durante lo spettacolo è stata modificata. La punta, normalmente smussata per evitare incidenti, è stata affilata fino a trasformarla in un'arma letale. Questo conferma senza alcun dubbio che si è trattato di un omicidio premeditato.
La rivelazione ha reso ancora più urgente individuare il responsabile. Abbiamo interrogato Andrea per capire chi avesse accesso alle armi di scena.
“Tutti i membri della compagnia,” ha risposto, evitando di incrociare il mio sguardo.
Questa risposta generica complica le cose, invece di semplificarle. Tuttavia, parlando con alcuni attori del cast, abbiamo ottenuto un’informazione interessante. Solo due persone erano rimaste dietro le quinte poco prima dell’inizio dello spettacolo: Mario, il regista, e Andrea stesso.
“Mario sembrava molto agitato,” ha rivelato uno degli attori con una punta di sospetto nella voce.
Nel pomeriggio Joel ha organizzato un confronto diretto tra Andrea e Mario. L’atmosfera nella stanza era tesa; si respirava elettricità nell'aria. Le accuse non sono tardate ad arrivare.
“Non sono stato io! Andrea era lì con me,” ha gridato Mario, visibilmente scosso. Il suo volto era arrossato dall'ira, e le mani tremavano per la tensione.
Andrea, dal canto suo, ha negato tutto con ostinazione. Ma il suo nervosismo era evidente: si contorceva sulla sedia e rispondeva in modo esitante. Le sue parole non convincevano, e Joel non ci ha messo molto a capirlo.
“Stai nascondendo qualcosa, Andrea,” ha detto Joel con tono fermo. “Se sei innocente, non hai motivo di essere così agitato.”
Andrea è rimasto in silenzio, mordendosi il labbro inferiore. Sapevo che dietro quel mutismo c’era una verità che non voleva rivelare. Il suo comportamento continuava a tradirlo: lo sguardo sfuggente, il tic nervoso alle mani.
Usciti dalla stanza, Joel era pensieroso.
“Penso che siamo vicini alla verità,” disse. “Andrea sa più di quanto voglia ammettere. Lo metteremo alle strette.”
Condivido il suo pensiero. È evidente che il giovane tecnico sta proteggendo qualcuno o cercando di nascondere qualcosa. Il cerchio si sta stringendo, e presto scopriremo chi ha trasformato una commedia in una tragedia.


Caro diario,
la giornata è iniziata con un’altra convocazione al teatro. Joel aveva già predisposto una lista dettagliata dei sospettati, e io sapevo che ogni interrogatorio sarebbe stato cruciale per fare chiarezza su questa inquietante vicenda.
Il primo nome sulla lista era Marina. Il suo legame con Manfredi si era rivelato più complesso di quanto immaginassi. Non erano solo colleghi: erano stati una coppia fino a pochi mesi fa, quando una lite violenta li aveva allontanati. Marina, durante l'interrogatorio, si mostrava distrutta.
“Non avrei mai voluto fargli del male,” ha detto tra le lacrime. Tuttavia, il suo sguardo tradiva un misto di rabbia e dolore irrisolto. Joel stava osservando attentamente ogni sua reazione.
Poi c'era Mario, il regista, che non cercava nemmeno di nascondere il suo nervosismo. Durante l'interrogatorio ha ammesso che Manfredi aveva minacciato di lasciare la compagnia poco prima della rappresentazione.
“Era un attore difficile,” ha detto Mario, scuotendo la testa. “Sempre a contestare ogni mia decisione. Ma non avrei mai voluto che finisse così.”
Le sue parole avevano il sapore di una difesa studiata. Il tono risentito tradiva una tensione accumulata nel tempo. Forse Mario non era estraneo alle ostilità che circondavano Manfredi.
Infine, c'era Andrea, il giovane tecnico delle luci. Appena entrato nella stanza, sembrava già a disagio. La sua testimonianza è stata confusa e piena di contraddizioni. Ha negato di aver mai avuto problemi con Manfredi, ma il suo nervosismo era palese. Le sue mani tremavano mentre rispondeva alle domande, e il suo sguardo si spostava continuamente verso la porta, come se volesse scappare.
“C’è qualcosa che ci sta nascondendo,” ha sussurrato Joel appena siamo usciti dalla stanza.
Ogni tassello sembrava aggiungere complessità al caso. Le relazioni all'interno della compagnia erano un intreccio di gelosie, delusioni e rancori. La sensazione era che tutti avessero un motivo per odiare Manfredi, ma chi era arrivato al punto di ucciderlo?
Passeggiando dietro le quinte, il silenzio era inquietante. Ho sbirciato oltre il sipario: il palco, vuoto, sembrava ancora carico di tensione. Ho immaginato Manfredi lì, durante il suo ultimo momento di vita, ignaro del destino che lo attendeva.
“Dobbiamo cercare ancora,” ho detto a Joel. “Qui c’è una verità che qualcuno sta facendo di tutto per nascondere.”
“E la troveremo,” ha risposto con un sorriso.
Non smetteremo di indagare finché ogni segreto non sarà venuto a galla.
Caro diario,
Joel, nei panni del commissario capo, mi ha convocato con urgenza dopo un evento a dir poco sconvolgente: l’attore protagonista, Stefano Manfredi, è morto in scena durante una rappresentazione al teatro “Fassino”. All’inizio sembrava un tragico incidente, ma Joel ha subito notato delle incongruenze.
Quando sono arrivato, la scena era surreale: il pubblico era ancora sotto shock, alcuni piangevano, altri parlottavano tra loro cercando di capire cosa fosse successo. Gli agenti avevano già isolato l'area e il corpo di Manfredi giaceva immobile sul palco, illuminato dai riflettori ormai spenti.
“De Giorgi, c’è bisogno del suo intuito,” ha detto Joel appena mi ha visto. “Questo non è un semplice incidente.”
Mi sono avvicinato al corpo. Manfredi indossava ancora il costume di scena, e sotto i colletti alti della sua giacca teatrale si intravedeva una strana ferita sul lato del collo. Accanto a lui, una spada scenica con la punta insanguinata.
“Chiunque abbia fatto questo sapeva come muoversi,” ha osservato Joel con lo sguardo concentrato.
Abbiamo fatto allontanare il pubblico ed iniziato a interrogare i membri della compagnia teatrale, raccolti nel foyer del teatro. I loro volti erano segnati dalla tensione. Marina, la co-protagonista, sembrava distrutta dal dolore: continuava a ripetere che Stefano era come un fratello per lei. Mario, il regista, aveva il volto contratto in un'espressione rabbiosa. Sosteneva che lo spettacolo sarebbe stato un successo travolgente e che la morte di Manfredi aveva distrutto tutto il suo lavoro. Il giovane tecnico delle luci, Andrea, evitava di incrociare il mio sguardo e sembrava agitato, come se volesse essere altrove.
“Qui dentro c’è più veleno di quanto si veda a prima vista,” ha detto Joel mentre ci spostavamo dietro le quinte. “Vecchie tensioni e gelosie… questo posto è una pentola a pressione.”
Nel retro del palco regnava un'atmosfera cupa. I camerini erano disseminati di costumi sparsi e copioni accartocciati. Un dettaglio mi ha colpito: vicino al camerino di Manfredi, ho trovato un biglietto sgualcito con una scritta inquietante: “Ti sei spinto troppo oltre.”
“Qualcuno aveva un motivo per volerlo fuori scena, letteralmente,” ho detto a Joel porgendogli il biglietto.
“Pare proprio di sì,” ha risposto, fissandolo con attenzione. “Scopriremo chi è.”
So già che i prossimi giorni saranno intensi. Le maschere che ogni attore indossa in scena cadranno, rivelando i segreti più oscuri nascosti tra quelle mura teatrali.


Caro diario,
Non appena ho varcato la soglia del mio studio, ho sentito una presenza. Non ho nemmeno avuto il tempo di poggiare la giacca sulla sedia che una voce familiare mi ha gelato il sangue.
"Giorgio, cinque giorni sparito nel nulla. CINQUE giorni senza una parola e adesso una settimana intera senza farti vivo. Dimmi dove sei stato."
Lucrezia era lì, in piedi davanti alla mia scrivania, con le braccia incrociate e lo sguardo che poteva incenerire un palazzo intero. Non capisco perché sia così alterata… del resto non stiamo neppure insieme… oppure prova ancora qualcosa per me? Non posso però dirle la verità. Non posso raccontarle di Kuala Lumpur, del 1980, né tantomeno di Joel che appare e scompare… Devo trovare una spiegazione. Una scusa credibile.
Mi sono schiarito la gola e ho preso tempo, afferrando una tazza e versandomi un caffè. Lucrezia non ha battuto ciglio.
"Sto aspettando."
"Dunque... sono stato fuori città per un incarico importante. Una questione di famiglia." Ho cercato di mantenere la calma, ma la sua espressione non si è smossa di un millimetro. "Un vecchio zio ha avuto bisogno di me. Non potevo avvisarti, la situazione era... complicata."
Lucrezia ha inarcato un sopracciglio.
"Un vecchio zio? E guarda caso sparisci proprio quando avevamo un appuntamento."
"È una storia lunga, Lucrezia. Molto lunga. Lui... ehm... vive in una specie di comunità fuori dal mondo, senza telefono, senza internet. Ho dovuto raggiungerlo di persona e aiutarlo con delle cose burocratiche. Capisci, vero?"
Lei ha incrociato le braccia, dubbiosa.
"E come si chiama questo zio misterioso?"
Mi sono sentito soffocare. Prima che potessi sparare un nome a caso, una voce alle mie spalle mi ha salvato.
"Ah, De Giorgi, siete finalmente tornato. Spero che vostro zio Ermanno stia meglio."
Mi sono girato di scatto. Joel. Era lì, in carne e ossa, appoggiato con disinvoltura alla porta, con il suo solito sorriso enigmatico. Non so come faccia, ma arriva sempre nel momento giusto.
"Oh! Ehm, sì! Ermanno..." ho ripetuto con un cenno del capo, cercando di non scoppiare a ridere per il nome assurdo che Joel aveva inventato all'istante. "Sta meglio. Finalmente abbiamo sistemato tutto."
Lucrezia ha fissato Joel per un attimo, come se stesse cercando di decifrare qualcosa. Poi ha sospirato e scosso la testa.
"Sai che c’è? Non voglio sapere altro. Se hai dovuto sparire per cinque giorni, avrai avuto le tue ragioni. Ma la prossima volta almeno manda un messaggio per annullare l’appuntamento."
Ha preso la borsa e si è diretta verso la porta. Prima di uscire, si è voltata per un’ultima occhiata a Joel. I suoi occhi hanno cambiato espressione e poi se n’è andata. Solo quando la porta si è chiusa mi sono lasciato andare su una sedia con un sospiro di sollievo.
"Ermanno?" ho sibilato a Joel. "Davvero?"
"Dovevo inventarmi qualcosa. E poi, ammettilo, suona bene." Ha fatto un occhiolino e, senza dire altro, è uscito dal mio ufficio ed è scomparso. Letteralmente. Un giorno tutto questo mi manderà al manicomio. Ma oggi, almeno, me la sono cavata.
Caro diario,
La verità è venuta a galla, ed è stata più devastante di quanto avessi mai immaginato. Questa mattina, dopo ore di riflessioni e domande senza risposta, sono riuscito a convincere la polizia a controllare le registrazioni della telecamera. Le immagini erano disturbate, la qualità non era delle migliori, ma era abbastanza per cogliere quello che cercavo. La scena si è rivelata chiara: Serena e Antonio stavano discutendo animatamente vicino alla piscina. Le loro parole non erano udibili, ma il loro comportamento parlava da solo. La rabbia negli occhi di Serena era evidente, e improvvisamente, senza preavviso, Antonio è caduto in acqua, ma la cosa più scioccante è stata il comportamento di Serena. Non ha fatto nulla per aiutarlo, non ha cercato di tirarlo fuori, né ha gridato per chiedere aiuto. Ha semplicemente osservato, mentre il suo volto tradiva una paura che non riusciva a nascondere.
Abbiamo subito confrontato Serena con il filmato. Quando ha visto le immagini, è crollata. Il suo viso è diventato una maschera di disperazione. Le sue mani tremavano, e le lacrime sono scese copiose dai suoi occhi.
"Non volevo ucciderlo!" ha urlato, quasi come se stesse cercando di giustificarsi, ma nel suo sguardo c’era solo il rimorso. Poi ha iniziato a raccontare la verità, tra singhiozzi e parole interrotte. Antonio la ricattava per delle fotografie “particolari” scattate all’epoca dell’università, qualcosa che avrebbe potuto rovinarle la vita. Un segreto che aveva cercato di nascondere a tutti, ma che lui, con la sua curiosità, aveva scoperchiato. Quando Antonio l’aveva minacciata di rivelarlo, la paura l'aveva sopraffatta, come un'onda travolgente. In quel momento, non aveva pensato alle conseguenze. L'unica cosa che aveva avuto in mente era stata quella di fermarlo, e in un impeto di panico lo aveva spinto, facendolo cadere in acqua, Sapeva che Antonio non era capace a nuotare e l’acqua fredda ha completato la tragedia.
Mentre la polizia la portava via, in un silenzio che aveva il peso di mille pensieri, ho aperto il diario. Le parole di Joel erano lì, stampate su una pagina che sembrava scritta appositamente per quel momento.
Hai trovato la verità, Giorgio. Ma ricorda: la giustizia non cancella il passato.
Mi sono fermato a fissare quelle parole per un lungo istante. In esse c’era tutta la consapevolezza che, nonostante la giustizia abbia fatto il suo corso, nulla potrà mai cancellare le cicatrici che il passato lascia dietro di sé.
Questo caso mi ha insegnato molto, più di quanto avrei mai voluto imparare. Ogni casa ha i suoi segreti, ogni persona ha le sue ombre nascoste. La verità è una lama a doppio taglio: può liberarci, ma può anche ferirci in modo irreparabile. Sta a noi decidere se vogliamo affrontarla, svelarla e viverne le conseguenze, oppure se preferiamo lasciare che resti sepolta, al sicuro nell’oscurità del nostro passato.


Caro diario,
Quello che doveva essere un tranquillo weekend tra amici si è trasformato in un incubo che non avrei mai potuto immaginare. Stanotte è successo qualcosa di terribile, qualcosa che ha stravolto completamente la nostra realtà. Mi sono svegliato all’alba, con il suono di un urlo straziante che mi ha fatto sobbalzare. Non ho capito subito cosa stesse succedendo. Mi sono alzato di corsa e sono corso fuori dalla mia stanza. Non so cosa mi aspettavo, ma quello che ho trovato è stato peggio di ogni incubo.
Marta era lì, vicino alla piscina, pallida e tremante, con il volto sconvolto da un’espressione che non avrei mai dimenticato.
"C'è… c'è un corpo!" ha sussurrato, la sua voce rotta dal panico. Il suo sguardo era fisso sull’acqua, come se non riuscisse a credere a quello che stava vedendo. Ho seguito il suo sguardo e ho visto Antonio, immobile, galleggiare nell’acqua. Il suo corpo senza vita si muoveva lentamente con le onde, come se fosse solo un pezzo di legno. Antonio era morto. Il cuore mi si è fermato per un attimo.
Il panico è esploso subito tra tutti noi. Luca ha preso il telefono e ha chiamato la polizia, mentre io cercavo di rimanere lucido, cercando di osservare ogni dettaglio con attenzione. La piscina era avvolta nel silenzio, ma ho notato una telecamera puntata proprio sulla piscina.
"Da quanto tempo hai questi dispositivi, Luca?" gli ho chiesto, cercando di non far trasparire troppo la mia preoccupazione. Luca ha esitato per un attimo, quasi come se non avesse capito la domanda. Poi ha risposto con una voce che tradiva una certa inquietudine.
"Sono sempre stati qui. Mio nonno era ossessionato dalla sicurezza."
Se quella telecamera funzionava, avrebbe potuto registrare tutto. Ogni movimento, ogni parola, ogni singolo dettaglio che avremmo dovuto spiegare. Il pensiero che qualcuno potesse aver visto qualcosa mi ha spinto a pensare che forse, quella telecamera, avrebbe potuto essere la chiave per capire cosa fosse successo.
Quando la polizia è arrivata, hanno interrogato uno per uno. Tutti erano sotto shock, ma c’era qualcosa in Serena che mi ha fatto sentire un brivido lungo la schiena. Non parlava, evitava il contatto visivo, sembrava voler nascondere qualcosa, come se stesse cercando di trattenere un segreto. Mi ha guardato appena, ma in quegli occhi ho visto qualcosa che non riuscivo a spiegare.
Nel pomeriggio, non sono riuscito a fare a meno di pensare a quello che è successo. Ho scritto a Joel, chiedendogli cosa pensasse della situazione, se avesse qualche idea.
Cerca dove nessuno ha guardato. Il passato della villa ti darà le risposte.
Le sue parole confondono sempre. Non so cosa volesee dire esattamente, ma sento che la chiave per risolvere questo mistero è qui, nascosta tra queste mura antiche.
Domani cercherò di scoprire la verità, perché sono convinto che il colpevole si nasconda tra noi, e che, da qualche parte in questa villa, ci siano risposte che solo il passato può svelare.
Doveva essere un weekend tranquillo… e siamo già a lunedì.
Caro diario,
Questa mattina mi sono svegliato con un senso di inquietudine che non riuscivo a scrollarmi di dosso. Forse era colpa dell’atmosfera della villa, con il suo silenzio quasi irreale e le ombre che si allungavano nei corridoi. Forse era la frase di Joel, che continuava a ronzarmi in testa. "La villa nasconde più di quanto immagini." Non so spiegare il motivo, ma sento che c’è qualcosa di strano qui, qualcosa che mi sfugge.
Dopo colazione, ho deciso di esplorare la casa con maggiore attenzione. La luce del giorno filtrava appena dalle grandi finestre, gettando riflessi dorati sulle pareti rivestite di legno scuro. Mentre camminavo per i lunghi corridoi, mi sono imbattuto in una porta socchiusa in fondo a un passaggio poco illuminato. L’ho spinta piano e, con mia sorpresa, ho trovato Serena dall’altra parte. Era ferma, immobile, con lo sguardo basso.
"Serena, tutto bene? Cosa ci fai qui?" le ho chiesto.
Lei ha esitato, quasi colta alla sprovvista. Poi, con un filo di voce, ha risposto:
"Niente... ho solo sentito un rumore strano."
Il suo tono non mi ha convinto. Sembrava agitata, come se nascondesse qualcosa. Non ho voluto insistere, ma ho registrato il momento nella mia mente. Serena era nervosa, ed era evidente che non mi aveva detto tutta la verità.
Nel pomeriggio, Luca ha avuto l’idea di portarci a visitare la vecchia cantina della villa. Disse che nessuno ci metteva piede da anni, e che forse avremmo potuto trovare qualcosa di interessante. Il suo entusiasmo contrastava con la mia sensazione di disagio. Quando siamo scesi, l’aria si è fatta improvvisamente più pesante, densa di polvere e odori di umidità. C’erano vecchi mobili coperti da teli, bottiglie impolverate e casse accatastate lungo le pareti.
Mentre osservavo la stanza, qualcosa ha attirato la mia attenzione. Una parete sembrava diversa dalle altre, leggermente spostata rispetto alla linea del muro. Quando l’ho toccata, ho sentito un leggero cedimento. Una porta segreta.
Luca ha riso, quasi divertito.
"Sapevo che avresti trovato qualcosa, Giorgio. Sei sempre stato il curioso del gruppo."
Abbiamo cercato di aprirla, ma era bloccata dall’interno. A quel punto, Serena ha insistito per andarcene, dicendo che non era sicuro restare lì. Il suo comportamento sempre più agitato non faceva che aumentare i miei sospetti.
Più tardi, rientrando in camera, ho trovato un biglietto infilato sotto la porta. La scrittura era tremolante, come se fosse stata tracciata in fretta.
"Non fidarti di nessuno."
Il mio primo pensiero è andato a Joel. Ho aperto il diario e gli ho scritto, chiedendogli cosa ne pensasse.
La sua risposta è stata, come sempre, criptica:
La verità è già davanti ai tuoi occhi, ma devi saperla vedere.
Cosa sta succedendo in questa villa?


Caro diario,
Oggi è iniziata quella che doveva essere una tranquilla fuga dalla routine, un weekend tra coscritti in una villa isolata sulle colline di Torino. Il viaggio fino a qui è stato rilassante: la strada si è fatta sempre più stretta e tortuosa man mano che ci avvicinavamo alla meta, con il verde intenso degli alberi che incorniciava il panorama. Lontano dal caos della città, l’aria fresca e il silenzio della natura mi hanno dato una sensazione di pace che non provavo da tempo.
La villa è un vero gioiello. Un edificio storico, con un fascino antico che sembra raccontare storie dimenticate. L’interno è un perfetto mix tra eleganza e mistero: stanze enormi, arredate con mobili d’epoca, soffitti alti e pareti impreziosite da quadri antichi. C’è persino una piscina all’aperto, anche se il tempo incerto, quasi primaverile, non invita a fare un tuffo.
Il gruppo è composto da vecchi compagni di scuola, alcuni dei quali non vedevo da anni. C’è Luca, il padrone di casa, che ha ereditato la villa dalla sua famiglia e che ci ha invitati a trascorrere questo fine settimana qui. Poi ci sono Marta, Davide, Serena e Antonio. Ognuno di loro è arrivato con un sorriso, ma ho percepito un’atmosfera leggermente tesa tra alcuni di loro. Non saprei dire se sia solo il peso degli anni trascorsi o se ci sia qualcosa di irrisolto tra di noi.
La cena si è svolta in un grande salone illuminato da un lampadario imponente. Tra un bicchiere di vino e risate nostalgiche, abbiamo rievocato i tempi scolastici. Eppure, una frase di Luca mi ha colpito più di tutte:
"Questa casa ha molti segreti. Chissà se ne scopriremo qualcuno questo fine settimana."
L’ha detto con un sorriso enigmatico, ma il suo tono aveva qualcosa di strano. Era una semplice battuta o c’era un fondo di verità nelle sue parole?
Più tardi, incuriosito, ho deciso di esplorare la villa. Ho notato alcune porte chiuse a chiave e corridoi che sembrano non portare da nessuna parte. Un’architettura insolita, quasi come se la casa celasse stanze segrete. Forse è solo suggestione, ma qualcosa non mi convince.
Mentre tornavo in camera, un rumore improvviso mi ha fatto sobbalzare. Proveniva dal piano inferiore, un suono metallico, come se qualcuno avesse aperto una porta nascosta. Sono sceso con cautela, ma non ho trovato nulla. Solo il silenzio inquietante della villa.
Per sicurezza, ho scritto a Joel. Non so perché, ma sento il bisogno di condividere con lui quello che sta accadendo.
La sua risposta è arrivata subito:
Giorgio, tieni gli occhi aperti. La villa nasconde più di quanto immagini.
Forse è solo la mia mente che gioca brutti scherzi, oppure qui dentro c’è davvero qualcosa che aspetta di essere scoperto. Domani cercherò di capirne di più.